Centro migranti a Fornasette, più preoccupati gli italiani degli svizzeri

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In alto la dogana di Fornasette, in basso il tavolo italosvizzero in Prefettura

VARESE – Sarà un gruppo di lavoro composto dalle istituzioni italiane e svizzere a decidere congiuntamente se la destinazione futura dell’ex caserma dei Carabinieri di Fornasette sarà davvero quella di centro per l’accoglienza di migranti. Un vertice in Prefettura a Varese che si è svolto stamattina, venerdì 21 febbraio, ha fatto il punto sul tema che nelle scorse settimane ha creato più di un timore da entrambi i lati del confine. E se in un primo momento ad essere più preoccupati sembravano gli svizzeri, vista la vicinanza della struttura alla dogana, dall’incontro odierno è emersa una contrarietà molto più netta da parte dei gruppi di minoranza del Comune di Luino (nel video qui sotto le interviste).

Presidio di sicurezza al posto dei migranti

La posizione più critica è quella di Andrea Pellicini, consigliere di opposizione nella città di Piero Chiara ma anche deputato alla Camera. «Stiamo lottando con tutte le nostre forze contro lo spaccio nei boschi e non possiamo uscire anche come messaggio con una ex caserma dei Carabinieri destinata all’accoglienza dei migranti – commenta uscendo dalla Sala Motta di Villa Recalcati – dobbiamo riportare la struttura ad essere un punto di sicurezza al servizio delle forze di polizia per combattere le attività illegali che molto spesso sono portate avanti da extracomunitari clandestini». Un cambio di destinazione dunque, da centro migranti a presidio di sicurezza: questa la richiesta dell’opposizione che porterà il tema il prossimo lunedì in consiglio comunale a Luino. «Riteniamo che i soldi che lo Stato attraverso la Prefettura sta spendendo per riattare questa ex caserma dei Carabinieri possono essere spesi bene, ma non per creare un centro di accoglienza migranti che mette in ansia tutto il territorio. Mettere in un bosco un centro del genere di persone che non conosciamo è una cosa per noi assolutamente negativa».

La risposta del sindaco

«Il prefetto ha chiarito ogni situazione che, secondo me anche in maniera artificiosa, sono state create per dare un’ulteriore preoccupazione alla cittadinanza – la replica del sindaco Enrico Bianchi – a Luino arriverebbero persone già monitorate in precedenza, quindi già selezionate se possiamo usare questo termine. Il prefetto ha fatto presente quelli che sono i compiti che dobbiamo mettere in atto affinché questo non crei un disagio, un disturbo, un pericolo, come spesso si dice, a tutta la comunità. Noi siamo pronti a fare la nostra parte». E poi in vista del consiglio comunale: «Ci saranno altre discussioni, ma credo che questa giornata sia stata molto chiarificatrice e non riesco a capire cosa si possa dire di altro in aggiunta tutto ciò che è stato detto oggi. Tra un anno ci saranno le elezioni a Luino e quindi va anche tutto visto in questa ottica».

Gruppo di lavoro

La principale novità dell’incontro di stamattina è l’istituzione di un gruppo di lavoro composto da Prefettura, Cantone Ticino e i due Comuni di Luino e Tresa (per Luino oltre al sindaco ci sarà anche uno dei capigruppo di minoranza). «Lavoreremo insieme per scambiarci informazioni – ha detto il prefetto Salvatore Pasquariello – il prosieguo delle attività è tutto in divenire naturalmente perché i lavori sono in corso, però si valuteranno tante altre cose. Sentirò anche il mio Ministero per un confronto ulteriore e poi si vedrà come si svilupperanno le cose». Il 20 marzo ci sarà il prossimo incontro di aggiornamento. «Se il progetto andrà avanti ci sono già gli impegni dell’amministrazione, della ditta che si è aggiudicata la gara e quindi dovrà gestire il Cas e della società civile di Luino per integrare queste persone», ha aggiunto il prefetto. Certezze sulla destinazione dunque al momento non ce sono. «Intanto abbiamo avuto un finanziamento e quindi l’immobile è in corso di ristrutturazione. La prima destinazione possibile è questa, poi si vedrà, se arrivano delle alternative questa destinazione può essere mutata in altra. Stiamo lavorando perché ci sia un’accettazione condivisa delle scelte che stiamo facendo, dove possibile».

Solo 16 persone

Da parte svizzera sono state espresse le preoccupazioni del territorio ma c’è anche soddisfazione per le rassicurazioni ottenute. «Non sarà un centro qualora venisse aperto di centinaia ma di alcune persone visto che sono solo due piani di una villetta, quindi massimo 16 persone – ha sottolineato Norman Gobbi, direttore del Dipartimento delle istituzioni del Canton Ticino – ci sono ancora tutta una serie di questioni edilizie ancora da regolare e da mettere in atto prima di un’eventuale apertura, quindi queste rassicurazioni sicuramente ci fanno capire che non è immediata l’apertura e non è un grande centro». Il sindaco di Tresa Piero Marchesi ha sottolineato che «bisogna prendere tutta una serie di misure anche sul suolo svizzero, per tutelare la popolazione che è legittimamente preoccupata». Una di queste potrebbe essere la dogana presidiata h24. «È un aspetto che valuteremo, mi riservo anche come parlamentare a Berna di fare alcune domande al Consiglio federale, prima di tutto per farlo partecipe di questo tema che è di competenza anche della Confederazione».

I Fratelli “portano” i richiedenti asilo della caserma di Fornasette a Villa Recalcati

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