*di Marco Pinti
Ho imparato a fidarmi delle coincidenze. Quando capitano, hanno sempre qualcosa da dire.
Stavolta c’entra la mia indolenza, sempre un po’ balcanica, alla Savicevic, nell’onorare l’appuntamento con questa rubrica di pallacanestro in cui scrivo di tutto, fuorché di pallacanestro. Per raccontare la gloriosa sconfitta di Varese con Trapani avevo in mente di scomodare Rocky Balboa nel primo episodio della saga, quello in cui grida “Adriana!” al termine dell’incontro con Apollo Creed.
Mi sembrava un buono spunto per evocare come i nostri hanno incassato una grandine di cazzotti, hanno resistito, contrattaccato: con la testa, con il cuore, con la forza della disperazione. E proprio come l’eroe del film, alla fine, riescono nel miracolo: vincono, anche se perdono.
Fin qui mi portava l’itinerario che avevo pensato per queste righe, solo che poi, sulle mie labbra, è comparso il sorriso sornione di Dejan Savicevic. Nella storia del calcio è stato un giocatore jugoslavo, iconico per il suo alternare saltuari guizzi di talento a lunghissimi periodi di compiaciuta inoperosità. Nel mio pantheon personale è il nome che ho dato, fin dai tempi dei compiti dopo la scuola, all’abitudine di perdere una discreta quantità di tempo prima di mettermi all’opera. Con buona pace del proverbio: “Prima il dovere, poi il piacere”, io ho sempre messo “prima Savicevic”. Così, il mio amico immaginario mi ha accompagnato sul divano con la solita promessa da marinaio – “Dai, solo una mezoreta” (Dejan non pronuncia le doppie) – per intrattenermi con una sessione di zapping compulsivo. Uno dopo l’altro scarrello i primi venticinque canali abbandonandomi all’ipnosi catodica, finché sullo schermo non appare il volto tumefatto di una giovane pugile seduta all’angolo di un ring. Riconosco subito l’indomita Maggie, interpretata da Hillary Swank, mentre l’allenatore che la incita a battersi ha il volto rugoso di Clint Eastwood, attore e regista del capolavoro “Million dollar Baby”. Il tempo di un fotogramma e realizzo che Rocky non c’entra niente con la partita di Trapani. Perché la nostra squadra non è “il Varese”, ma “La Pallacanestro Varese”: una donna. Questo forse cambia poco davanti al risultato: perde Varese, perde Rocky, perde Maggie, peraltro in tutti e tre i casi gli arbitri ci mettono del loro. Ma più dei referti quello che conta è l’inizio di qualcosa di promettente, proprio come nel primo dialogo tra Maggie “Varese” e Clint “Kastritiswood”:
Maggie: “Me la sono cavata bene. Magari potrebbe essere interessato ad allenarmi.”
Clint: “Io non alleno ragazze.”
Maggie: “Forse dovrebbe, chi mi segue mi considera una tosta.”
Clint: “Ragazzina, non ti basterà essere ‘tosta’.”
Maggie: “Lo so, ma è un inizio.”
*comunicatore politico e
tifoso della Pallacanestro Varese
