La difficile scelta di Giorgia

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Zelensky e Trump, scontro nello Studio Ovale

di Gian Franco Bottini

Solo qualche settimana fa, dopo le sue ripetute visite a Trump, da queste pagine ipotizzammo che, parlando di Ucraina, prima o poi la nostra Première si sarebbe trovata di fronte a un bivio. Dopo il recente “fattaccio” dello Studio Ovale, i tempi si sono tremendamente accorciati e al fatidico bivio già siamo arrivati; con una Europa che, “scaricata” dall’America, per non sfasciarsi deve rapidamente decidere di diventare adulta e con una Meloni che deve a sua volta decidere quale ruolo assumere nella non facile operazione di riavvicinamento dell’U.E. agli amici d’oltreoceano.

Starmer (il premier inglese) e Meloni, per diverse ragioni paiono essere i più titolati nel condurre quest’ultima operazione, con la nostra Première che in tal caso avrebbe modo di verificare la reale cifra del suo apprezzamento presso la Casa Bianca (posizione difficile e politicamente pericolosa, la sua, anche per le ricadute nazionali).

Attendendo sviluppi su questo fronte pare indispensabile, comunque, analizzare l’episodio che ha provocato questa accelerazione, perché ciò che si è visto in mondovisione è sembrata molto più una rissa in un consiglio comunale “di paese”, che non un incontro fra capi di Stato, nell”ombelico del mondo”. Possiamo a tal fine porci delle domande e tentare delle risposte.

Zelensky era stato avvertito che non sarebbe stato un incontro bilaterale fra Presidenti, ma una specie di talk-show (lo stesso Trump lo ha definito una grande pagina di televisione!) dove sarebbe risultato in totale minoranza numerica oltre che linguistica?

Se “si”, Zelensky ha dimostrato molta fiducia nella correttezza di Trump ma nello stesso tempo anche molta supponenza e superficialità. Se “no”,prenderebbero corpo le voci che parlano di un “agguato” e Zelensky, non rinunciando alla partecipazione probabilmente per non indispettire il potente “alleato”, ha poi totalmente sbagliato lasciandosi coinvolgere dalla ragnatela delle provocazioni, perdendo di vista il risultato che si proponeva di perseguire. In tutti i casi, comunque fossero andate le cose, non si può negare (e si può anche capire il perchè) c’era l’intendimento di far sentire l’ucraino il parente povero della situazione.

A chi era riservato lo show che si voleva mandare in onda (probabilmente in una forma più civile di quella in cui si è sviluppato)? A Zelensky? per, come si suol dire, “abbassargli le arie” e portarlo su quel piano di accettazione di sacrifici che obbiettivamente è l’unico con il quale si può iniziare a parlare di qualcosa di simile ad una pace. Lasciando alle chiacchiere la decantata “pace giusta” che, altrettanto obbiettivamente, non esiste! All’Europa? per chiarire che l’Ucraina è per l’America una questione di serie B e il suo futuro dovrà essere a carico unicamente dell’Europa stessa. A Putin? per dimostrargli di aver in pugno la situazione ucraina ed poter essere un credibile “negoziatore di pace” Ai suoi elettori? ai quali Trump ha promesso la fine della guerra in qualche settimana.

E se la cosa fosse sfuggita di mano a Trump? Si mormora che Vance subisca l’esuberanza di Musk, troppo frequentemente affiancato al Presidente in maniera invadente e forse Trump ha voluto dare a lui questa occasione di visibilità. Chi ha osservato attentamente la registrazione dello show avrà sicuramente notato che ad un certo punto Vance, con il suo stile che pare essere abitualmente aggressivo e per nulla diplomatico, ha preso il comando della discussione, mediato per un certo periodo da Trump che, da un momento in poi, ha dovuto lui stesso alzare i toni per non venir prevaricato dal suo vice. Se ciò avesse qualche margine di credibilità significherebbe indicare un Trump “sotto schiaffo” (di Musk e anche di Vance); non sarebbe questa una ipotesi nuova e, visto il carattere dei due personaggi, non certo tranquillizzante, nemmeno per il tycoon stesso.

In tutti i casi comunque, pur comprendendo le sue difficoltà di capo di uno stato in guerra da tre anni, Zelensky ha peccato di inesperienza (o di stanchezza) rispondendo alle provocazioni, spesso pesanti, in particolare di Vance.

A chi ha giovato questa inopportuna e, in certi momenti, squallida baruffa? Non certo a Trump e alla sua figura politica, sia internamente sia sul palcoscenico mondiale. Non certo a Zelensky che, bisognoso di aiuti concreti, non ha avuto la furba umiltà di “abbozzare”, pur riconoscendogli una orgogliosa difesa della dignità del suo Paese. Non certo all’Europa, messa ulteriormente alle strette con il rischio di spaccature interne. Sicuramente a Putin, al quale è stato offerto lo spettacolo di una controparte divisa e rissosa, che per lui è “tanto grasso che cola”.

Difficile darsi risposte convinte a tutte queste domande. Quello che si può dire è che la diplomazia, in questi casi, dovrebbe preparare la strada alla politica e che in questo caso ciò non è certo avvenuto perché, come giustamente dice la nostra Première, qualcuno “ha corso troppo”o forse, aggiungiamo noi, qualcun altro non ha invece mosso un passo.

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