di Massimo Lodi
VARESE – È il nostro mito, la nostra favola. Aldo Ossola, leggenda del basket, va a compiere ottant’anni. Li festeggia giovedì, 13 marzo, brindando a sobrietà anziché a esagerazione, com’è nella sua indole mite/riservata. Pur avendo vinto sette scudetti, cinque Coppe dei Campioni, due Coppe Intercontinentali, quattro Coppe Italia. E ricevuto gli onori della maglia azzurra. E ottenuta l’iperstima globale: Ferrandiz, coach del Real Madrid, lo voleva con sé. Gomelski, trainer dell’Armata Rossa di Mosca, ce l’avrebbe espropriato. Peterson, allenatore a Bologna prima e Milano poi, lo additava a fenomeno inimitabile. Un immaginifico scriba gli coniò l’appellativo di Von Karajan dei canestri, perfetta incoronazione da direttore d’orchestra. E la finiamo qui con gli elogi. Che potrebbero riempire un elenco smisurato.
Aldo è stato sport e famiglia, intesi tutt’e due al livello massimo. La famiglia, a iniziare dalla mamma Angela in cima agli affetti, come tabernacolo da venerare sempre e innanzitutto, se del caso (e fu talvolta il caso) rinunziando a importanti occasioni professionali. Lo sport come vocazione ereditaria: il fratellastro Franco, fuoriclasse del football, caduto a Superga col Grande Torino. Il fratello Luigi detto Cicci, calciatore anche lui, icona del Varese e quindi pilastro della Roma. Cicci, appunto. Che precedette Aldo nella pallacanestro. Playmaker totalizzante, difetti zero. Poi preferì cambiare scenario. E Aldo gli subentrò naturaliter, di diritto e d’autorità. Fu svezzato nella magica scuola della Robur et Fides, oratorio Veratti, campo in sassi, il cavalier Cavezzale a sovrintendere, Dante Trombetta factotum e travolgente motivatore, Gianni Asti il tecnico delle meraviglie, un settore giovanile senza eguali in Italia, infine la prima squadra che -marchio Prealpi- sbarcò in Prima Serie, come allora si chiamava la serie A di oggi. E si permise, da povera, derby su derby con la ricchissima Ignis di Giovanni Borghi.
L’Ignis, ecco. Un nome nel destino di Aldo. Vi entrò nel ’64, ne uscì brevemente trasferendosi all’Onestà di Milano, tornò indietro per scrivere la storia. Anno ‘68/’69, presidente Adalberto Tedeschi, general manager Giancarlo Gualco, in panca Nico Messina, quintetto base Ossola-Rusconi-Meneghin-Flaborea-Raga. Nessuno crede che vincerà qualcosa. Invece vince tutto e a lungo, facendosi vorace dominatrice di un’epoca infinita. Subito lo scudetto, l’anno dopo la Coppa dei Campioni, a dare una mano (anzi, due) a Messina arriva Aza Nikolic, il meglio possibile per costruire, motivare, dirigere. L’inarrestabile Valanga Gialla è marchio suo. Ossola ne rappresenta il genio creativo: Sergei Belov, spesso suo fenomenale avversario nelle sfide Varese-Mosca, lo indicherà come il migliore al mondo.
Quella formidabile squadra aveva talento tecnico, forza atletica, spirito di gruppo, anima condivisa. Tripla sottolineatura allo spirito. Erano amici prima che compagni. Stavano insieme sul campo e fuori del campo. Collante magico, la goliardia. Ne combinarono di cotte e di crude. Tipo: calavano da una finestra del caffè Pini una corda con gancio “pescando” i cappelli dei passanti, fra di loro Piero Chiara. Profittavano della breve assenza del titolare della tabaccheria Galli di corso Matteotti per donare pacchetti di sigarette ai clienti, “…perché oggi il proprietario compie gli anni e fa un regalo a tutti”. Bruciavano con l’accendino la cartella ormai completata del dattiloscritto d’un cronista scelto a turno, obbligandolo a rifare tutto l’articolo. Riempivano di pipì le scarpe dei clienti d’albergo, messe fuori delle stanze per farsele lucidare. Mettevano a segno temibili sgambetti durante le lunghe attese negli aeroporti, come sperimentò una volta il medico sociale dottor Venino, ruzzolato per una ventina di metri al “JFK” di New York.
Di quest’epopea da Amici miei il pensatore supremo era lui, Ossola, benissimo spalleggiato da Rusconi e Meneghin. Un trio di micidiale efficienza anche lontano dal parquet. Ciascuno, fra l’altro, pronto a dileggiare il compagno. Accadde -un esempio fra i tanti- quando l’Aldino, per far dormire il primogenito Emanuele (così chiamato in onore di Manuel Raga), girava in auto la sera con accanto la moglie Luisella che teneva in braccio il pargolo renitente al sonno. Al passaggio in piazza Monte Grappa, erano urla, sfottimenti, olé della platea fuoruscita dal solito Pini e capeggiata dal tandem Meneghin-Rusconi. Von Karajan replicava dal finestrino col gesto della bacchetta (ci siamo capiti).
Ne sortì lo spartito di gloriosa melodia che mai prima e mai più dopo Varese aveva/avrebbe ascoltato: il basket firmò la storia della città, facendola conoscere al mondo, rendendoci orgogliosi d’esserne parte, regalando ai contemporanei e alle future generazioni un marchio vincente, di qualità, prezioso, affatto replicabile. Oggi che va di moda la precisione matematica, potremmo chiamare Aldoritmo quel cambio di velocità che ci fece correre in un presente ch’era già futuro. E allora grazie, fantastico campione dei campioni: ti contenterai d’una sola parola a riassumere il sentimento verso mille imprese.
