Una giornataccia particolare

lodi politica liti
Giuseppe Conte, Giorgia Meloni, Matteo Salvini, Elly Schlein

di Massimo Lodi

Sabato 29 marzo, una giornataccia particolare. La politica italiana, che sulle questioni internazionali dovrebbe unirsi essendoci in ballo la sopravvivenza del Paese, si spacca. Come di recente e peggio ancora. Schlein che attacca Meloni. Calenda che attacca Conte. Meloni che attacca Schlein e Conte. Conte che attacca Meloni, Calenda, Schlein. Un poligono di tiri alla sperindio, come vengono vengono, l’importante è innescarli, farli partire, colpire l’immaginario popolare.

L’immaginario popolare, ecco. L’arma adoperata -nel periodo in cui tutti si dicono contro le armi e non importa se solo a scopo difensivo- è la propaganda. Innanzitutto l’uditorio nazionale da imbonire, manco a parlarne d’unità patriottica da proiettare sullo schermo planetario. Quella appartiene a vecchi stereotipi, a un passato ormai antico/polveroso, a visioni istituzionali archiviate.

Una volta, all’epoca della Guerra fredda; del blocco occidentale contrapposto al monolite sovietico; degli americani+alleati europei mai scalfiti dal dubbio di far argine comune all’eventuale debordare russo; una volta, circolava prudenza nell’opporsi alla strategia governativa. Al punto che il Partito comunista, fiero/duro avversario di Dc e sodali, quand’era il caso d’impiegare cautela, l’impiegava senza remore. Cioè astenendosi su cruciali risoluzioni di politica estera. E figuriamoci se implicavano coinvolgimenti militari. Non a caso Berlinguer affermò di sentirsi più protetto dall’ombrello della Nato che dai garanti del versante che la Nato avversava. Berlinguer aveva il profilo dello statista, non del populista.

Purtroppo i Berlinguer nell’attualità mancano, e idem i Moro. Idem i Craxi. Anch’essi gente d’uno stigma oggi non riconoscibile in alcuno dei protagonisti della commedia romano-italiana. Sapevano dialetticamente sfidarsi, e però razionalmente ricomporsi, se l’emergenza chiamava allo spirito della nazione. Nella contemporaneità lo spirito della nazione viene equivocato, malinteso, messo in carico a vantaggi di schieramento anziché all’interesse generale.

Sabato 29 marzo, una giornataccia particolare. La politica italiana ha dato mediocre spettacolo di sé. Mediocre perché scompigliato, confuso, caotico. Privo del senso dello Stato che nella circostanza emergenziale in cui ci troviamo dovrebbe prevalere. Rendendoci comprensibili, autorevoli, affidabili ai players mondiali. A quanti ci sono alleati, a quanti non ci sono alleati. A quanti ignorano, sono costretti a ignorare, se gli siamo alleati o no. Eppure/in fondo è lo spirito della nazione evocato spesso da uno che l’incarna davvero e alla perfezione, il presidente della Repubblica. Dunque d’appartenenza collettiva. Ma che s’insiste a condividere nell’attimo d’una dichiarazione al tigì e poi a scordare, testimoniando una propensione all’ambiguo neutralismo di convenienza. Neutralismo fra star di qua o di là, con chi sì e chi no, dentro un’intesa o dentro-fuori la medesima. Del resto, c’è una tradizione in materia a sorreggerci. Anzi: a deprimerci.

Ps

Appunti sulla Meloni al congresso di Calenda. 1) marca la distanza con Salvini, informandolo che se lui blandisce Conte, lei lusinga i centristi, o almeno una parte di loro; 2) muove un dispetto a Renzi, che la critica aspro nel libro L’influencer, servendo un assist all’eterno rivale dell’ex premier; 3) dà dell’hippie antimilitarista alla Schlein evocando la spaccatura del Pd sulla questione riarmo e allo stesso tempo facendo fischiare le orecchie ai leghisti. Sintesi: guarda come giova a chi governa il congresso d’un partito che non governa. Azione, ciak, si gira. Un film che si gode la presidente del Consiglio.

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