E ora i Grandi ci diano un pegno di pace

funerali papa grandi
Donald Trump e Volodymyr Zelensky, storico faccia a faccia nella basilica di San Pietro

di Massimo Lodi

Il brivido, che brivido, è quando i Grandi della terra si scambiano, lì in San Pietro, il segno della pace. Pace? Qualcosa di già sentito, però dai contorni sfumati, e chissà di qual vero significato. Eppure il Sacro Defunto proprio di pace aveva parlato continuamente, senza mai stancarsi. Il problema era l’ascolto. Non l’ascoltavano per davvero. Di forma magari sì, in sostanza di certo no.

Bergoglio lascia un mondo peggiore di quello che trovò da Papa eletto. Peggiore quanto a sorte degli ultimi, dei sofferenti, delle vittime dirette/indirette del bellicismo insensato. Che la bramosia di potere non cessa di favorire, sostenere, accentuare. Indifferente al paradosso di sepolcrismo imbiancato del quale si macchia. Eccome si macchia: una patacca nera, sudicia, sgocciolante di vergogna. Lo si dovrebbe confessare, almeno davanti alla bara di cipresso di chi era senza macchia e predicava che gli altri analogamente lo fossero. Confessare e promettere: adesso basta, si cambia. Palingenesi, palingenesi.

Il decano del collegio cardinalizio, Giovanni Battista Re, le suona ai presenti -a buona parte dei presenti- come il pontefice venuto dalla fine del mondo avrebbe desiderato. La brezza che sfoglia le pagine del Vangelo deposto sulla bara, adagiata fuori della maestosa basilica, sembra accompagnare/diffondere il monito. Ci illudiamo che sarà così? Illudiamoci. Vogliamo Illuderci. Come ci lascia illudere quell’intensa immagine del colloquio Trump-Zelensky su due poltroncine dentro la chiesa delle chiese: foriero d’una miracolosa conciliazione in Ucraina? Mah. Peraltro se non si crede a una buona notizia là dove è la casa della Buona notizia, quando mai?

“Costruire ponti, abbattere muri”. Teste chine davanti all’esortazione dell’oratore/porporato. Resta il dubbio, se non la certezza, che in rilevante numero siano teste mosse da un gesto meccanico. E non spirituale. E non politico. E non umano, alla fine. Umano, ecco. Il termine cui sempre s’appellava Francesco, e quasi sempre trovando orecchie sorde. Prima della morte, dopo la morte. Al netto di ambiguità, tartufismi, fariserie. Essendo reale la possibilità che lo si beatifichi a parole sì, con i fatti no.

Del resto Mimmo Battaglia, l’ultimo cardinale da Lui nominato, va giù tranchant in un’intervista a Repubblica: si rischia oggi il replay d’allora. D’un lontano allora: Erode col Battista. Il primo ascoltava gli avvertimenti del secondo, salvo agire in seguito come se nulla gli fosse stato raccomandato. Può succedere il contrario nella contemporaneità? È la speranza, l’auspicio, il voto. Il voto, appunto. Che lo Spirito Santo sia moltissimo Spirito e moltissimo Santo, tra pochi giorni nella Cappella Sistina, suggerendo l’opzione giusta ai conclavisti. E il prescelto da loro, idem si comporti verso il consesso dei Grandi venuti a condolersi in Vaticano, presi stavolta a uno a uno: rinsavite che è l’ora ultima per rinsavire. E i richiamati all’ordine della coscienza universale dismettano l’indifferenza a lungo mostrata, volgendola in persuaso/concreto trattativismo. Non c’è diverso perdono che ne possa cancellare le colpe. Come para-statisti e simul-attori, anche e specialmente in questi giorni, hanno fin troppo dato. Ci restituiscano un minimo di ammenda dignitosa. Si scambino e ci consegnino, lontano da San Pietro, un pegno di pace.

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