Busto, penalisti contro il Decreto Sicurezza: «Lede principi Costituzione»

BUSTO ARSIZIO – La Camera Penale di Busto Arsizio aderisce all’astensione proclamata da oggi, lunedì 5 maggio, a mercoledì 7 maggio dall’Unione Camere Penali Italiane. Un’astensione contro il Decreto Sicurezza varato in fretta e furia dal Governo mentre erano ancora in corso confronti e consultazioni anche con i penalisti.

Lede i principi costituzionali

Il perchè della contrarietà al Decreto lo ha spiegato questa mattina il presidente della Camera Penale Bustocca Tiberio Massironi davanti al carcere cittadino: «Perché è la situazione carceraria che quanto contenuto nel pacchetto danneggia di più». Secondo la Camera Penale le nuove norme «ledono i principi costituzionali perché introducono nuove ipotesi di reato e aggravanti senza fondamento giuridico razionale; aumentano le pene in modo sproporzionato; criminalizzano la marginalità e il dissenso».

La situazione nelle carceri

«Sulla situazione carceraria, le misure acuiranno il sovraffollamento degli istituti. Un dato ampiamente previsto», aggiunge Massironi, senza che vi sia nulla mirato a contrastare l’aumento esponenziale dei suicidi nelle carceri italiane. A preoccupare è anche «l’abuso dello strumento della decretazione d’urgenza, utilizzata senza che sussistano i requisiti previsti dalla Costituzione. Il testo approvato, di fatto, ripropone integralmente il disegno di legge rimasto fermo in Parlamento per oltre un anno». Tra le criticità evidenziate dagli avvocati ci sono «inutili fattispecie di reato, aggravanti prive di logica giuridica, e l’accentuarsi di un approccio esclusivamente repressivo verso fenomeni di marginalità e di dissenso sociale». Un’impostazione che «rischia di aggravare la già drammatica situazione delle carceri italiane, segnate da sovraffollamento, carenza di attività rieducative e difficoltà nel garantire la salute mentale e fisica dei detenuti».

Società vendicativa

Le nuove norme prevedono azioni penali anche per i detenuti che esercitano forme di disubbidienza passiva: dallo sciopero della fame a chi batte contro le sbarre delle celle, tutto finisce a processo. «Non mi stupirei se si riaprisse il dibattito sulla pena di morte o l’uso della tortura come strumento per estorcere una confessione. La nostra non è una dichiarazione politica: dal 1990 ad oggi tutti i Governi hanno cavalcato il tema della Sicurezza quando era loro necessario raccogliere consensi. Oggi la società è vendicativa e l’argomento ha sempre presa», ha aggiunto Massironi mentre l’avvocato Carlo Brena ha sottolineato la stortura sotto il profilo giuridico con «una confusione tra piano disciplinare e piano penale» che indica una incapacità (o non competenza) nella stesura delle norme.

Investire in ciò che funziona

A offrire una visione su quella che potrebbe (dovrebbe) essere la via da seguire è stato, infine, don David Maria Riboldi, cappellano del carcere bustocco e fondatore della Cooperativa la Valle di Ezechiele, che è impegnata nel reinserimento lavorativo dei detenuti. «Sono 32 i detenuti che abbiamo inserito nel mondo lavorativo – ha detto il cappellano – Di questi soltanto uno è tornato in carcere. In questo senso noi facciamo sicurezza, rieducare, reinserire è la finalità della pena e i dati insegnano che funziona. E’ un valore per la società che non si torni a delinquere. Eppure la nostra Cooperativa non ha finanziamenti dallo Stato o dalla chiesa. Perché non investire in realtà che funzionano?».

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