Pro Patria, impresa al contrario: una retrocessione maledettamente giusta

BUSTO ARSIZIO – Riuscire a retrocedere in uno dei gironi più scarsi di sempre? Fatto. Riuscire a non onorare la memoria di un ragazzo che ci ha rimesso la vita per seguire la Pro? Fatto. Riuscire a condurre un campionato con cinque allenatori senza capire chi realmente comandava e faceva la formazione? Fatto. Riuscire a fare una campagna acquisti senza attaccanti capaci di fare gol, esterni di ruolo e con un portierino a reggere tutto il peso della difesa? Fatto. Riuscire ad ignorare tutti i segnali (dal rigore calciato alle stelle a Caravaggio, al rigore subito allo scadere a Vercelli, passando per i gol divorati a Lumezzane, gli altri penalty falliti ecc ecc) che la stagione ha mandato fin dalla prima partita col Renate? Fatto. Riuscire a non esonerare un allenatore dopo sette sconfitte di fila e sedici partite senza vincere? Fatto. Riuscire a relegare per più partite in panchina i due ragazzi del vivaio, Ferri e Piran, che più di tutti avevano a cuore la Pro? Fatto. Riuscire a non regalare mai una gioia a quegli impagabili tifosi che sono venuti in cinquecento a Vercelli dimostrando di amare la Pro oltre ogni cosa? Fatto. Riuscire a depatrimonializzare una società con giovani di valore (Ferri, Pitou, Piran, Bashi e Mallamo) e con un vivaio che ha portato la Primavera 3 a cullare il sogno promozione? Fatto. Riuscire dopo una simile retrocessione a non metterci la faccia nonostante due proprietà in essere, una peraltro non ancora presentatasi? Fatto. Riuscire a rischiare di giocare il “derby” in serie D con la Castellanzese? Fatto.

Una retrocessione che parte da lontano

La retrocessione della Pro Patria è stata insomma una vera impresa, non certo nell’eccezione aziendale del termine, anzi. Un’impresa al contrario, un’impresa di autolesionismo all’ennesima potenza. Un’impresa di chi non ha voluto capire che, a giocare col fuoco, prima o poi ci si sarebbe scottati. Perchè la retrocessione della Pro Patria, lo diciamo col cuore spezzato dal dolore, è stata in realtà giusta: giusta per quanto visto (o meglio non visto) in campo e fuori in questa maledetta stagione. Una retrocessione che parte però da lontano: da un lento ma inesorabile declino societario iniziato dalla mancata conferma di Javorcic, proseguito con la partenza di Ramella e culminato – complice un’oggettiva difficoltà nei rapporti e nelle relazioni, anche imprenditoriali – con un controproducente isolamento comunicativo e sociale.

L’asticella, la macchia e la decima

Nel mezzo – e c’è stato tanto altro purtroppo… – il diesse Turotti (che non è direttore generale: ruolo rimasto scoperto dopo la partenza di Asmini) si è barcamenato per portare ogni anno la barca in porto, ma il calcio – scienza non esatta, ma fino un certo punto – ha presentato il conto anche a lui, proprio nell’anno, il nono in biancoblù, in cui aveva dichiarato di voler alzare l’asticella e invece si è trovato a macchiare il suo immacolato curriculum con la prima retrocessione in carriera. Su queste colonne, dopo le tante perplessità avanzate sulla campagna acquisti estiva, avevamo invocato la priorità – visti i tanti segnali percepiti – di investire su un allenatore esperto e di categoria, capace di “valorizzare” una rosa sì mediocre ma non certo inferiore a tante altre che si sono salvate. Purtroppo non siamo stati ascoltati. E questa figura “da contraltare”, che forse avrebbe fatto comodo allo stesso Turotti (per la cronaca l’unico a portare la croce nel post partita di Vercelli – ndr), è mancata proprio in società. Ma di una cosa siamo altrettanto certi: la Pro Patria della prossima stagione non può che ripartire da lui: dal professionista e dalla persona.

Il momento giusto

La retrocessione della Pro Patria fa male, malissimo, a tutti, proprio a tutti. A cominciare ovviamente dalla famiglia Testa: da Patrizia a Daniela, passando per Stefania con cui abbiamo sofferto e vissuto – da “separati in casa” – tante trasferte al seguito dei nostri colori. Nessuno ha mai messo in dubbio – e mai lo metterà, lo scrivente in primis – il loro amore per la Pro e i tanti tantissimi sacrifici fatti per la squadra della città. Ma il calcio va così, non perdona: tanto dà, tanto toglie. Bisogna saper capire il momento giusto – cosa assolutamente più facile a dirsi che a farsi – per uscire di scena da vincitori. Come aveva fatto da calciatore un certo Platini, non a caso ricordato ancor oggi come “le roi”. E le occasioni, per non uscire da retrocessi, ci sono state: è inutile continuare a negarlo.

Fra il sogno ripescaggio e l’incubo della D

Ora che il pasticcio è fatto, serve a poco continuare a dare la caccia ai colpevoli e a pensare a quello che si doveva fare e che invece non si è fatto. Il quadro purtroppo è chiaro: la retrocessione colpisce tutti. Ora bisogna compattarsi (proprio come ha fatto la tifoseria), chiarire una volta per tutte la governance societaria (due teste non possono comandare), strutturare e potenziare il club nei ruoli scoperti con figure professionali e programmare in fretta la prossima stagione, dove bisognerà purtroppo ripartire da zero: dalla prima squadra (dal 1 luglio tutti i tesserati saranno svincolati d’ufficio e liberi di accasarsi altrove) al settore giovanile.
Ben sapendo che fra il sogno di ripescaggio in serie C (servono 300mila euro a fondo perduto, ma servono soprattutto tre club non in grado di iscriversi) e la realtà di dover approntare una squadra per provare a vincere la serie D, la differenza è abissale.

Pro Vercelli-Pro Patria: 1-0. Tigrotti all’inferno: è retrocessione in serie D

Pro Patria impresa retrocessione – MALPENSA 24
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