Salvini e il catasü della Meloni

salvini meloni lega
Matteo Salvini e Giorgia Meloni

Possiamo contarcela come ci pare. Ma la ciccia è questa: Meloni voleva conquistare il Nord, Meloni parte alla conquista del Nord, Meloni ha grand’agio di conquistare il Nord. Il Nord amministrativo, per anni feudo inespugnabile della Lega, in omaggio al patto Bossi-Berlusconi. Il Cavaliere padrone a Roma, il Senatùr padrone nella Padania. Accordo resistente finché Fratelli d’Italia non ha aumentato il consenso, infranto gli schemi, promosso nuovi giochi. E ci siamo, ai nuovissimi dei nuovi giochi.

La decisione del governo d’impugnare presso la Corte costituzionale la legge della Provincia di Trento che autorizza un terzo mandato consecutivo al presidente fa il paio con il caso Campania. E proietta analogo rosso-stop su Veneto e Friuli Venezia Giulia, quando sarà il momento di rinnovarne la guida. Dunque tanti saluti a Fugatti (Trento), De Luca (Campania), Zaia (Veneto), Fedriga (Friuli Venezia Giulia). Il caso De Luca importa zero al centrodestra, gli altri molto. Difatti la Lega ha votato no alla decisione dell’esecutivo.

Dunque Salvini ribalterà il tavolo di Chigi, aprendo una crisi? Fguriamoci. Salvini derubrica a questione locale, ohilà, il caso trentino. Dove andrebbe se si scollasse, tatticismi a parte, dalla Meloni? Da nessuna parte. Perciò fa ammuina, come non si dice al Nord, ma come anche al Nord si capisce benissimo cosa voglia dire. Cioè: fare, insieme, spallucce e confusione. Dico bianco e idem nero. E gli altri dicano quel che gli pare. Già, ma fino a quando e in cambio di cosa?

La base leghista ribolle. C’era una volta il sindacato politico del Settentrione, ci sarà domani il possibile licenziamento d’un leaderismo locale d’antica data. Perché Giorgia ha intenzione di metterci i suoi dove ci sono i non suoi. Se l’aria che tira prosegue nella medesima direzione, FdI pretenderà di candidarsi alla guida di qualche regione trainante del Paese. Salvini faccia pure accordi coi sovranisti/patriots d’ogni luogo d’Europa, arruoli Vannacci e il vannaccismo, si mostri in photo-opportunity con Le Pen, mantenga una posizione ambigua verso Kiev e Mosca, insegua Trump inciampando nella di lui indifferenza. Nel frattempo, qui da noi, rischia di perdere (ancora) credibilità, favore elettorale, potere.

Al di là del sottaciuto malcontento, tuttavia, i governatori nordisti, i sindaci, il resto della nomenklatura oltre il Po si sono ben guardati -salvo rarissime eccezioni- dal muovere critiche abrasive alle scelte del segretario federale, reincoronato tra gli osanna nell’ultimo congresso. Tutti zitti (lumbard tas! Do you remember?), sperando che accordi romani permettano di conservare poltrone, scranni, strapuntini periferici. Un desiderio che però la premier dà l’impressione di voler ignorare, e non a caso il mitico Calderoli -diversamente da Salvini- insorge contestando lo strappo sul terzo mandato. Ma Calderoli, rispetto al capo, conta nulla. Dimostra solo lo stato di debolezza in cui giace il partito post-federalista e neo-nazionalista: seguitando a cavalcare tesi estreme, potrebbe scoprirsi relegato nel lembo più estremo, dunque insignificante, dell’alleanza. Che inedito mondo al contrario, subire un catasü a casa propria.

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