Gallarate, il coraggio di non avere coraggio

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Martin Sellner, leader di Remigration, è il benvenuto. Anche a Gallarate

Riaccendiamo i riflettori sul Remigration Summit indotti dall’esito del consiglio comunale di Gallarate di mercoledì 4 che, al termine di un serrato, teso e incattivito dibattito, ha ribadito posizioni note, con centrodestra e centrosinistra su versanti opposti, ma con un dato nuovo: nessuno si è assunto la responsabilità di aver dato disco verde alla riunione dell’ultradestra europea. Né la responsabilità amministrativa, né quella politica. Che sono in capo alla maggioranza che governa Palazzo Borghi, la quale, però, a cominciare dal suo comandante supremo, il sindaco Andrea Cassani, ha detto, ribadito, affermato e smentito tutto quanto possibile e anche di più, senza riconoscere che quel congresso si sarebbe potuto, anzi, si sarebbe dovuto evitare per una doppia questione di opportunità e di principi valoriali disattesi dai partecipanti all’incontro.

Un folto gruppo composto in buona parte da militanti della deportazione etnica degli immigrati, tutti gli immigrati senza distinzione tra chi merita e chi no; tra i presenti al Condominio anche personaggi a cui nazioni notoriamente comuniste, come la Svizzera e l’Austria, negano loro i visti d’ingresso perché persone pericolose. Gallarate invece li ha accolti a braccia aperte, in nome della libertà di pensiero e di parola, senza preoccuparsi dei limiti stessi della libertà, che in un intero Paese come in una città non dovrebbero mai essere vanificati, principi costituzionali ed etici riconosciuti e comuni, al di là delle appartenenze.

Qualcuno ha addirittura scomodato Voltaire (chissà se l’ha mai letto davvero) per pararsi le chiappe dietro al famoso assunto “non la penso come te, ma farò di tutto perché tu lo possa dire”. Anche se tra i frati trappisti e le suore orsoline del Remigration c’era chi tifava per la riapertura dei campi di concentramento.

Ma non meniamo oltremodo il torrone su aspetti noti, ampiamenti discussi e approfonditi in altre sedi. Dicevamo dell’assunzione di responsabilità, che ci pare il dato più importante per la stessa amministrazione civica. Facciamola finita con le balle a uso e consumo del lavarsi la faccia, con le arrampicate sui vetri, con gli scaricabarile e su tutto quanto dissimula una questione che ha una precisa connotazione politica, appunto. Al Remigration hanno preso parte autorevoli esponenti della Lega, il sindaco di Gallarate è il segretario provinciale dei salviniani: se tanto mi dà tanto, le somme sono subito tirate. D’altra parte gli altri partiti della coalizione di centrodestra, o hanno taciuto o si sono addirittura fatti di lato con evidente imbarazzo. Ai livelli alti, in verità. Dato che i portabandiera locali di Fratelli d’Italia e di Forza Italia, finanche di gruppi di ispirazione cattolica (da non credere) si sono accodati a Cassani, assolvendolo fino all’estremo sacrificio della brutta figura.

Perché? Per convenienza, perché incapaci di un sussulto di dignità, perché il capo è il capo e, conoscendo il suo caratterino, si rischiano ritorsioni politiche. Sai il coraggio, alla luce di commenti di segno opposto di alcuni di questi signor cuor di leone che, incontrati al bar uno alla volta, ti dicono ben altro rispetto alle difese senza se e senza ma espresse in consiglio comunale. Ecco, questo è il lascito del Remigration Summit di Gallarate, attorno al quale bisognerebbe calare un pietoso silenzio, anche se non è possibile, fosse solo per il fatto che certe scelte, da qualunque parte si prendano, lasciano il segno. Non tanto alle urne (persino Hitler vinse le elezioni) quanto nelle coscienze.

Remigration a Gallarate, ecco chi lo ha permesso. Dito medio e bagarre in aula

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