«Un monumento alla forza della musica»: il concerto del Live Aid nel libro di Pedron

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GALLARATE – «Adesso sono quarant’anni dal Live Aid del 13 luglio del 1985: il libro che io e Angelo De Negri abbiamo scritto è un omaggio a un evento che, con due miliardi di telespettatori collegati in diretta, considero il più grande spettacolo televisivo mai creato». Così il giornalista e critico musicale Aldo Pedron, fondatore delle riviste Mucchio Selvaggio e Buscadero, ha parlato del libro di cinquecentocinquanta pagine, uscito a metà giugno per Arcana, che ha approfondito il “juke-box globale” organizzato da Bob Geldof e Midge Ure in ogni particolare: «Tutti quelli che c’erano sul palco, in che ordine e a che ora e sono saliti, quali pezzi hanno eseguito, fino ai presentatori dell’evento».

Phil Collins sul palco a Londra e a Filadelfia

Nel volume realizzato insieme a De Negri, co-fondatore dell’associazione MusicArTeam, e co-autore insieme a Athos Enrile e Andrea Pintelli di “Acqua fragile”, “Woodstock” e “1973 – L’anno cruciale della musica raccontato in 73 dischi leggendari”, sono riportati anche i vari aneddoti, gossip o retroscena accaduti prima, durante e dopo il mega concerto. «Phil Collins – ha sottolineato Pedron – è stato l’unico artista presente sia a Londra che a Filadelfia». Il musicista dei Genesis, dopo essersi esibito alla Wembley Arena, salì su un aereo e, sfruttando il fuso orario, riuscì a partecipare anche al concerto in contemporanea allo stadio Jfk. A bordo incontrò poi per caso Cher, che gli chiese dove stesse andando, e la informò del live in corso. Quando finalmente mise piede in albergo, e accese la televisione per vedere la conclusione del Live Aid, scoprì con sorpresa che la cantante era tra i coristi del “We are the world” finale».

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La forza della musica come veicolo di solidarietà

“Live Aid” traccia un quadro del contesto storico e musicale del primo quinquennio degli anni Ottanta, analizzando anche il ruolo dei grandi dischi solidali dell’epoca, da “Do they know it’s Christmas?” dei Band Aid a “We are the world” degli Usa for Africa: “All’interno c’è un po’ di tutto, dalla nascita di Mtv e i primi videoclip alla genesi del progetto dopo che Geldof vide un servizio televisivo sulla fame in Etiopia: dobbiamo a lui – con la collaborazione di Ure degli Ultravox – l’ottanta per cento di quanto è stato fatto».
Enorme è stato lo sforzo tecnologico e organizzativo messo in atto per coordinare artisti e pubblico: a quarant’anni di distanza il doppio concerto è rimasto “un monumento alla forza della musica quando questa diventa veicolo di solidarietà globale e il libro ne ripercorre ogni tappa, ogni sforzo, ogni emozione in un racconto che si fonde con la storia di un decennio che ha saputo mettere insieme spettacolo, tecnologia e impegno sociale come mai prima di allora”. Tra i contributi le testimonianze di Stefano Serrandi, Federico Guglielmi ed Ermanno La Bianca fino all’intervista a Ronnie Jones, speaker alla radio da Roma: «Non si è trovò benissimo perché fu un po’ boicottato: arrivava da soul e r&b e durante la diretta non gli passarono molte scalette».

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«La più grande band di tutti i tempi» e il suo genio

La presenza dei Beach Boys al Jfk con Neil Young, Black Sabbath, Robert Plant, Jimmy Page, John Paul Jones e Bob Dylan – a Wembley c’erano Queen, David Bowie, U2 e Who – è stata anche l’occasione per Pedron, grande fan dei californiani, per ricordare Brian Wilson, loro fondatore e principale compositore da poco scomparso, che ha incontrato più volte e da cui è stato ospitato in California: «Ormai, a causa di diversi problemi di salute, si era completamente ritirato dalle scene da oltre tre anni. Ne aveva ottantadue e a breve ne avrebbe compiuti ottantatrè; a gennaio del 2024 era morta la sua seconda moglie, che l’aveva aiutato grandemente, e viveva con i suoi cinque figli adottati». Come ha aggiunto l’autore, quelli di “Surfin’ Usa”, “Barbara Ann” e “Surfin’ Safari” «per me sono la più grande band di tutti i tempi. Quasi tutti coloro che hanno parlato di Brian Wilson – da Neil Young e Bob Dylan a Bruce Springsteen e Paul McCartney, nato due giorni prima e come lui bassista e mancino – hanno utilizzato la parola “genio”: io dirò sempre che lo è stato».

Per Pedron “Il tuo plagio è come un rock”. Il critico di Gallarate su note e somiglianze

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