A Busto le prime “mamme arcobaleno” registrate all’anagrafe: «Una conquista»

BUSTO ARSIZIO – «Finalmente ce l’abbiamo fatta. Anche Busto Arsizio ce l’ha fatta». È Daniela Meneghelli una delle prime due “madri intenzionali” riconosciute all’Anagrafe del Comune di Busto Arsizio. Ha due figli, di 15 e di 11 anni, messi al mondo con la sua compagna, da cui oggi si è separata, attraverso la pratica della procreazione medicalmente assistita effettuata a Copenaghen. «Un momento atteso da 15 anni, sempre nell’interesse dei miei figli – ammette la donna – prima di questo riconoscimento, almeno formalmente, non lo erano, per lo Stato».

Chi sono i genitori intenzionali

Si chiamano “mamme intenzionali” e sono le madri non biologiche che, in una coppia omosessuale che ha ricorso alla procreazione assistita per avere dei figli, hanno prestato il consenso alla pratica fecondativa dichiarando di assumersi la piena responsabilità genitoriale. Fino ad oggi, lo Stato italiano riconosceva come madre solo quella biologica. Con tutta una serie di disagi pratici che ne derivavano, soprattutto in termini di minore tutela per i minori. Ma con una sentenza storica dello scorso mese di maggio, la Consulta ha stabilito che è incostituzionale vietare il riconoscimento di un figlio, nato in Italia grazie alla procreazione medicalmente assistita (PMA) praticata all’estero, da parte di entrambe le madri di una coppia omosessuale. Una svolta epocale per tante “famiglie arcobaleno”, che la vivono come «una conquista».

La svolta

Così Daniela si è rivolta all’Anagrafe di palazzo Gilardoni, insieme ad un’altra coppia di amiche nella stessa situazione, per far valere la sentenza della Corte Costituzionale e ottenere il riconoscimento come genitore dei suoi due figli al pari della loro madre biologica. «Con non poche difficoltà tecniche, banalmente è stato un problema inserire il codice fiscale di una donna nel campo del “padre” – rivela la madre intenzionale – ora il riconoscimento è avvenuto con la modifica del certificato di nascita dei ragazzi». Ed è stato il suggello di una battaglia iniziata 15 anni fa. «Un’emozione forte – racconta Daniela – non mi tremava così tanto la mano nemmeno quando ho firmato per il mutuo della casa o quando ho aperto la mia società. Era un’ingiustizia con cui avevo fatto l’abitudine e imparato a convivere, ma quando una sola firma la spazza via, la potenza di questo momento si sente tutta».

La battaglia

Daniela fa parte dell’associazione Famiglie Arcobaleno, che si batte da anni per il riconoscimento delle coppie omogenitoriali. Non un capriccio, ma una necessità a tutela dei figli nella vita di tutti i giorni. «Avevamo cercato a più riprese di forzare l’Anagrafe per effettuare il riconoscimento – rivela Daniela – ad un certo punto il Comune di Milano l’aveva permesso, ma poi era stato dichiarato illegittimo. Ora ci ha pensato la Corte Costituzionale, e non ce l’aspettavamo, anche perché con questa sentenza che dichiara incostituzionale la mancata registrazione ha aperto le porte ad un riconoscimento genitoriale pieno». Che «rende la vita più semplice ai ragazzi» in tanti aspetti della vita familiare, perché di fatto per lo Stato l’unico genitore era la madre biologica. «Ora i nostri figli sono più al sicuro».

L’esperienza vissuta

«Devo dire che noi a Busto Arsizio non abbiamo mai avuto difficoltà nelle scuole o all’oratorio, sempre grazie ad un grande lavoro preliminare per presentarci entrambe come madri e abbattere gli ostacoli – racconta la madre intenzionale – e quando ci siamo separate ci siamo accordate in tutto e per tutto per dividere le responsabilità genitoriali». Ma gli effetti del mancato riconoscimento si facevano sentire anche in situazioni apparentemente banali, ma che incidevano sulla vita di tutti i giorni. Daniela racconta ad esempio della «preoccupazione» che ha vissuto quando, «sul traghetto per la Sardegna insieme ai figli da genitore separato», si è imbattuta nel «controllo dei minori da parte della Polizia di Stato. Mi si è gelato il sangue» nel timore di un’interpretazione troppo rigorosa delle norme. Oppure la paura, quando si è trovata al Pronto Soccorso da sola con il figlio, che «qualche operatore avrebbe potuto mettere in discussione» il suo effettivo ruolo di genitore e non rilasciare informazioni sulla salute del figlio per questioni di privacy.

E ora? Gli uomini

Ma anche la necessità di «rinnovare ogni sei mesi il permesso per l’espatrio con i figli», per farsi autorizzare dall’ex compagna a portarli all’estero: «Puntualmente scaduto pochi giorni prima di un Capodanno organizzato con gli amici in Canton Ticino». Acqua (e ansie) passate. Ma non per tutti: «La storia ci insegna che non siamo capaci di imparare dagli errori. Ancora oggi, coppie di uomini nella nostra stessa situazione non hanno questa possibilità di essere riconosciuti come genitori – la chiosa di Daniela – ed è per questo che, con l’associazione delle Famiglie Arcobaleno, continueremo a batterci per eliminare questa stortura».

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busto arsizio mamme intenzionali – MALPENSA24
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