Commedia dell’arte e dadaismo, ad Azzate “Il barbiere di Siviglia” con cubo di Rubik

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AZZATE – «Un microcosmo caleidoscopico, sempre a metà tra il sogno e il gioco, in una sorta di rimando continuo e fluttuante tra gli schemi espressivi e comunicativi dell’esperienza della Commedia dell’arte e quelli del Dadaismo». È quanto si propone di ricreare domani, sabato 12 luglio, la messa in scena di “Il barbiere di Siviglia” alle 21.30 al Teatro Castellani di Azzate (in origine era previsto ai Giardini Estensi ma è stato spostato per il rischio di maltempo), nell’ambito del Varese Estense Festival Menotti.
Come ha spiegato Serena Nardi nelle note di regia, «questa scelta interpreta un mio personale sguardo disincantato nei confronti della società contemporanea dove, tra dimensioni giocose esasperate, spese tra i talk-show e i reality, tra super-cellulari e social network, le difficoltà comunicative e relazionali si trasformano in gioco sociale sterile e l’uso delle maschere (consapevole o meno) diventa uno schermo personale e interpersonale dietro il quale si consumano i “teatrini di cartone” dell’umanità in allegra e stordita disintegrazione morale.
Questo per raccontare una spersonalizzazione sempre più dilagante, una perdita di identità umana a favore dell’acquisizione di una sorta di immagine predefinita e codificata dai mass media, alterata dai mezzi di comunicazione sociale. Una “società dello spettacolo” che spettacolarizza, in modo inconsapevole, le proprie carenze e deficienze, a favore di un bisogno estremo di protagonismo a tutti i costi».

«Due diversi mondi estetici e “spettacolari”»

«Poiché siamo nell’ambito di un genere comico, dove gli intrecci della vicenda si prestano a interpretazioni registiche più libere e aperte, la mia idea prevede un recupero delle radici della comicità dell’epoca moderna europea, inaugurate dalla Commedia dell’arte che è stata un’esperienza teatrale innovativa e di rottura, sovrapposto allo spirito stravolgente, provocatorio e innovatore della poetica e dell’estetica dadaista. Esiste, dunque, un collegamento tra lo spirito comico dell’opera e quello della Commedia dell’arte, sia nella struttura che nella scelta dei personaggi. Inoltre mi pareva interessante ipotizzare una versione dell’opera secondo i canoni estetici e la poetica di un movimento artistico così rivoluzionario e deflagrante come il Dadaismo».
Il progetto prevede di coniugare la vicenda del barbiere più famoso della storia del teatro con questi due diversi mondi estetici e “spettacolari”, trovando una sovrapposizione dei relativi stili interpretativi: «L’opera, come melodramma buffo, presenta le caratteristiche per prestarsi, più di altri generi, a stravolgimenti e sperimentazioni che dal mio punto di vista non possono che rendere ancora più godibile la già collaudata e accattivante vis comica della vicenda».

«Un montare e smontare continuo di situazioni»

La storia raccontata da Sterbini e da Rossini viene trasportata in una messinscena ispirata alla commedia all’italiana, dove i registri spettacolari e i tempi comici hanno specificità e caratteristiche precise e forti: «Presenta quindi la costruzione di uno spazio e di un tempo di azione “alternativi” rispetto a quelli originari dell’opera mentre dal punto di vista interpretativo, e per quanto consentito dalla struttura musicale, sarà giocata sulla base di gag e situazioni comiche esplicite, a volte esasperate, nei recitativi, ma anche in alcuni punti delle arie, dei duetti, dei concertati e degli interventi del coro. Ciascun aspetto sarà organizzato in modo da creare ritmi sempre tesi, articolati e perfettamente in linea, soprattutto visivamente, con i famosi “crescendo” rossiniani, che agevolano la crescita ritmica delle situazioni attraverso l’enfatizzazione sonora».
Per ciò che concerne l’impianto visivo, «ho optato per una soluzione cromaticamente forte, giocosa e di ispirazione pop. La scenografia sarà composta da una scatola colorata, posizionata nel centro della scena, che rappresenta la camera/gabbia di Rosina: si tratta di una casa/giocattolo che ha l’aspetto di un gigantesco cubo di Rubik, il più famoso gioco/rompicapo per antonomasia».
Un curioso elemento scenico che crea, con le sue facce quadrate e colorate, un caleidoscopio cromatico. Il suo specifico gioco di incastro/disincastro ricorda molto i meccanismi scenici della poetica della Commedia dell’arte e «un “meccanismo perfetto” è senza dubbio la struttura narrativa e scenica de “Il barbiere di Siviglia”: un montare e smontare continuo di situazioni, quel senso di “smontare il gioco”, “disintegrare la struttura” che è una delle cifre specifiche della poetica dadaista».
Per ciò che attiene all’ambientazione spazio-temporale della vicenda, «ho pensato a una non-collocazione, ovvero a uno Spazio-Tempo sospesi, non delineati e non identificabili, esattamente come accade nei giochi dei bambini o nelle fiabe. Un’idea di sospensione del tempo e dello spazio, ma anche sospensione dell’incredulità, dei personaggi, delle situazioni».

«I comici agiscono in un “qui e ora” diretto al pubblico in platea»

In rimando alla Commedia dell’arte, «Figaro è un Arlecchino imborghesito e ripulito, Bartolo è un Pantalone imborghesito, quasi aristocratizzato, che alterna una raffinatezza artificiosa a una grettezza nell’anima, Basilio è una strampalata evoluzione del Dottor Balanzone, Rosina ha acquisito un’astuzia comportamentale che le varie “Innamorate” non avevano, o avevano in misura ridotta; invece Lindoro, per come ce lo racconta anche Sterbini, è rimasto un personaggio che alterna momenti di impeti amorosi a strane rigidità dovute alla sua casta».
L’idea di fondo è quella di procedere allo smontaggio progressivo della casa/prigione in cui Rosina è segregata «e smontare, di conseguenza e simbolicamente, il piano infelice di Bartolo di sposarla contro la sua volontà, avvalendosi dell’aiuto infingardo di Basilio». In ciò trova espressione visiva il concetto di “disintegrazione” tanto caro alla poetica dadaista e quel senso di ribaltamento continuo delle situazioni (visivamente e non) che caratterizzava le performance della Commedia dell’arte.
«Ho scelto di sviluppare la regia – ha aggiunto Nardi – come se la vicenda narrata fosse decontestualizzata da qualsiasi situazione storico-sociale-culturale e pensare a uno spettacolo in cui i comici agiscono in una sorta di “qui e ora” diretto al pubblico in platea, che diventa anche “spettatore di sé stesso”, scoprendosi parte di quel mondo narrato». Il primo atto della nascita del movimento dadaista fu di genere teatrale e avvenne nel 1916 al Cabaret Voltaire di Zurigo, con una performance dell’attore e regista Hugo Ball: «Questa scelta mi consente di far fluttuare la storia in una dimensione “surreale” che permette di operare e realizzare delle scelte visive legate alla scenografia e ai costumi, volutamente “alternative” e soprattutto “fuori da qualsiasi realtà riconoscibile”».

Rossini da rompicapo, al Varese Estense Festival Menotti il Barbiere di Siviglia

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