Siamo tutti Jannik Sinner. Ha vinto a Wimbledon e, esagerando noi con l’enfasi, ha fatto vincere l’Italia. Non soltanto quella del tennis, peraltro poco considerata in questo sport per lunghi decenni, finita l’epoca dei Pietrangeli e dei Panatta. Poi è arrivato lui, Jannik. E, con lui, un gruppo di tennisti e tenniste che hanno ricominciato a farsi apprezzare per impegno, classe e risultati. Così ci siamo riscoperti appassionati di questa disciplina, da alcuni ritenuta a torto elitaria, in sostituzione del calcio che non ci riserva più alcuna gioia e, per il momento quanto in apparenza, passato in secondo piano negli interessi nazionali.
Il calcio oscurato dalle volée di Sinner e compagni. Soprattutto del tennista altoatesino che, domenica pomeriggio, ci ha tenuti tutti incollati alla televisione. Fino all’esplosione di felicità collettiva. Uno spettacolo per gli occhi e per il cuore. Emozionati alla cerimonia della premiazione, con la principesca presenza di Kate Middleton che ha consegnato la mitica coppa della gara londinese. Il marito William, futuro re, con i figli in tribuna, a suggellare la sostanza non soltanto sportiva dell’evento. Con loro il sovrano di Spagna, Filippo, ad applaudire, anzi, a tifare Carlos Alacaraz, con la speranza, neanche tanto recondita, che potesse bissare l’open di Francia del Roland Garros.
Deluso, il re. Un pochino delusi anche noi, colpiti nel sentimento patrio per l’assenza di rappresentanti istituzionali (se c’erano nessuno li ha visti) a un evento che, appunto, ci ha accresciuto l’immagine sportiva e non solo quella. Appuntamento sottovalutato dai nostri governanti? Tutte le giustificazioni (scuse) sono buone. Del resto, proprio il campione più osannato aveva declinato l’invito del presidente Mattarella che, a fine gennaio, lo attendeva al Quirinale, assieme agli altri azzurri, per complimentarsi con loro per i successi sin lì ottenuti. Uno sgarbo, per dirla tutta. Ripagato oggi con la stessa moneta? Ma no, non esiste. Esiste soltanto il fatto che il tennis non è nelle principali abitudini sportive italiane, che lo si sta scoprendo o riscoprendo soltanto adesso, che le masse di tifosi vi si avvicinano ora in scia alle straordinarie prestazioni di Sinner e che, in fondo, nemmeno la politica, fors’anche le istituzioni, ci hanno mai creduto davvero. E non se ne fanno carico. Nemmeno di accomodarsi sugli spalti del prestigioso campo centrale di Wimbledon per sostenere un campione capace di riportarci in alto a livello mondiale.
Per essere chiari, il tennis non fa lo stesso effetto del calcio. E forse (senza nulla togliere e mancare di rispetto a Sergio Mattarella) non c’è più un Sandro Pertini che, in un altro mese di luglio di tanti anni fa (era il 1982), infiammò Madrid con la sua presenza, più ancora della nazionale di Bearzot che vinse il mondiale. Altri tempi, altre passioni, altro sport. Benché Jannik Sinner sia il grande campione che è e avrebbe meritato la vicinanza ufficiale, se non di un re (che non abbiamo più), almeno di un sottosegretario.
King Sinner nella storia. E’ il primo italiano a vincere Wimbledon
