Ivanoe Pellerin
Cara Giorgia,
devo dirti che la tua lettera mi è dispiaciuta nel tono e nella sostanza poiché mette sulla carta delle affermazioni che credevo non ti appartenessero. D’acchito avevo deciso di non risponderti, (tu sai che sono un po’ fumantino) ma a ben riflettere, anche in nome dei nostri buoni rapporti (ma lo sono ancora?), ho cambiato idea, cosa che mi viene facile.
Mio malgrado, sono costretto a ricordare cose certamente a te note. Il Piano Marshall, voluto dall’allora Segretario di Stato George Marshall, ufficialmente chiamato European Recovery Program (ERP), fu un’iniziativa degli Stati Uniti per aiutare la ricostruzione dell’Europa occidentale dopo la Seconda guerra mondiale. Lanciato nel 1947, prevedeva aiuti economici e finanziari, nonché la fornitura di beni, per sostenere la ripresa economica dei paesi europei e prevenire la diffusione del comunismo; aveva inoltre l’obiettivo di risollevare l’economia europea, promuovere la stabilità politica e limitare l’influenza dell’Unione Sovietica nell’Europa occidentale, cosa che, mi pare, la stragrande maggioranza dei paesi europei ha ben apprezzato. Gli Stati Uniti fornirono ingenti quantità di aiuti, sia sotto forma di beni materiali (cibo, macchinari, materie prime) che di prestiti e finanziamenti, destinati a progetti di ricostruzione e sviluppo. Il piano consentì alle fragili democrazie occidentali di rallentare le politiche di austerità e di migliorare le condizioni di vita delle popolazioni.
Nonostante dei giudizi negativi da parte di molti economisti americani, analisi più recenti hanno dimostrato che il piano favorì indubbiamente una ripresa che fece un gran bene a tutta l’Europa e permise la diffusione dei concetti (tu sai quanto mi stanno a cuore) quali la “libera impresa”, lo “spirito imprenditoriale”, l'”esperienza tecnica” e la “tutela della concorrenza”. Soprattutto favorì l’influenza politica degli USA e, a causa dell’iniziale tendenza europea all’integrazione sia politica che militare, fu facile far nascere il 4 aprile 1949 il patto atlantico North Atlantic Treaty Organization (NATO) tra il Canada, gli USA, la Norvegia, la Danimarca, l’Italia, il Portogallo, l’Islanda, e poi nel 1951 la Grecia e la Turchia, e nel 1954 la Germania occidentale.
A fare un conto approssimativo (tu sai che io i conti li faccio) il piano Marshall all’America è costato complessivamente più di 12.700 mld di dollari e solo per la tua Italia più di 1.200 mld. E la Nato? Non sono riuscito ad avere un conto complessivo degli ultimi 75 anni ma certamente gli Stati Uniti sono la nazione che ha contribuito e contribuisce di più al bilancio dell’organizzazione con una quota che si aggira intorno al 22% Le ultime stime affidabili, formulate dal centro studi Csis di Washington e dal Senato Usa (2017-2018) variano tra i 35 e i 135 miliardi di dollari all’anno, vale a dire tra il 4% e il 15% dell’intero budget per la difesa degli Stati Uniti. Oggi, a tre anni dall’attacco russo all’Ucraina, è facile immaginare che gli stanziamenti siano almeno pari a 135 miliardi di dollari. Una cifra che non comprende i 70 miliardi di dollari in aiuti militari versati a Kiev. (Corriere della Sera, 9 marzo 2025). Converrai con me che sono somme decisamente importanti che io non posso continuare a far pagare solo agli americani. Come ho dichiarato in campagna elettorale, ho chiesto ai paesi europei di assumersi quegli oneri che, una difesa decente dell’Europa occidentale che ha dormito il sonno pacifico di chi demanda ad altri la propria sicurezza, deve affrontare.
Cara Giorgia, tu sai bene che il mio problema è la Cina che trama contro l’America in molti modi, per esempio con i paesi dei BRICS, con l’idea di sostituire il dollaro con il renminbi (lo yuan ne è l’unità base) ed io devo assolutamente tenerla a bada. La Cina è entrata nell’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO) l’11 dicembre 2001 senza regole grazie al mio predecessore, tale Bill Clinton. Mi è facile aggiungere che anche un tuo politico, tale Romano Prodi, caldeggiava questo avvenimento che ha dato il via ad un mercatismo selvaggio. Mercato unico, pensiero unico, uomo a taglia unica, errore unico. Come ha sostenuto un tuo illuminato politico ed economista, tal Giulio Tremonti, “… la vita non si riduce al grafico del prodotto interno lordo. La felicità non si incorpora nella concorrenza.” Alcuni vedevano la Cina come la manifattura del mondo, poche cose di poco valore a buon prezzo, ma poi le faccende sono cambiate ed è diventata la fabbrica di molte cose di molto valore a buon prezzo. Ma il problema è che mira non più al primato ideologico (Clinton aveva pensato di poterla coinvolgere nel capitalismo) ma a quello economico e di conseguenza anche a quello politico.
Nel frattempo si arma “come se non ci fosse un domani” (è di gran lunga la nazione che spende di più in ambito militare) e i miei comandi del Pacifico mi dicono che nel 2027 la marina cinese raggiungerà la potenza della nostra quanto a naviglio ma certo non per quanto riguarda la tecnologia. La gran parte della mia politica estera è orientata al contenimento dell’espansionismo cinese. Anche i dazi. A questo proposito so bene che la mia politica economica non è ben vista da buona parte del mondo e che anche il mio illustre predecessore, tal Ronald Reagan, non condivideva questa impostazione. Al contrario io sono convinto, e con me anche un mio ottimo consigliere ricercatore presso il Manhattan Institute tale Miran, che questa sia la direzione giusta e l’attuale afflusso di mld di dollari nelle casse del Tesoro ne è la dimostrazione.
Ho dovuto far fare la figura del “passerotto caduto dal nido” a Zelensky per guadagnare qualche simpatia presso quel manigoldo di Putin. Confesso (ma è l’unica concessione che ti faccio) che mi è andata male e che lo zar di tutte le Russie mi ha molto deluso. Rivedrò la mia posizione nei confronti della Russia. Sto esercitando la maggior pressione possibile per una tregua molto attesa sull’amico Netanyahu ma mi rendo conto che anche lui è un “osso duro”. D’altra parte la relazione politica con Israele mi è indispensabile per mantenere un delicato equilibrio in Medioriente. Converrai che gli “accordi di Abramo” sono stati un bel successo e hanno confermato la giusta direzione della mia politica in quella regione. Per Gaza vedremo il da farsi. Il “piccolo” Macron vuole riconoscere lo stato della Palestina che non c’è. In tal modo non aiuta la ricerca in un possibile accordo con i terroristi di Hamas e rompe il fronte dell’Occidente che ha sempre voluto il contemporaneo riconoscimento d’Israele. Stai tranquilla, per me Macron non conta nulla.
Non farmi la predica sui “valori” e sui “principi”. Non l’accetto da una nazione che fa parte di una Europa che, mentre io combatto con forza la cultura woke, non ha saputo neanche affermare le radici giudaico-cristiane nella propria costituzione. Vergogna. Per non parlare delle regole, norme e discipline della vostra burocrazia. La mia America è molto più libera. Vuoi meditare su questo?
Ti faccio i complimenti per la bella foto sul Time che presenta una leader di statura internazionale ed anche per il servizio su The Hill, lettura indispensabile per comprendere la politica di Washington e la copertina del francese Le Point. Sei brava quasi quanto me. Ho detto quasi. Se vogliamo restare amici rivedi un po’ le tue posizioni e poi ringraziami per non aver tentato in tema di dazi un approccio solo con la tua Italia (ho avuto la tentazione). Sono certo che avrebbe indebolito la tua posizione in Europa. Se avessi bisogno di altri chiarimenti e suggerimenti, ti darei appuntamento a Mar-a-Lago, nella mia residenza estiva. Un saluto presidenziale.
Donald
P.S. Cari amici vicini e lontani, questa lettera mai scritta di Trump non rispecchia le idee dell’autore ma solo una possibile interpretazione del pensiero del presidente americano.
