Per parare i colpi degli oppositori del Ponte sullo Stretto, Matteo Salvini chiede soccorso nientemeno che a Filippo Brunelleschi, il geniale architetto dell’omonima cupola fiorentina: “Anche lui – spiega il ministro dei Trasporti e delle Infrastrutture – dovette fronteggiare i no cupola”. Eravamo nel ‘400, in pieno Risorgimento, ma certe situazioni non si differenziavano da quelle odierne. Se lo dice Salvini, prendiamo atto del messaggio che intende lanciare. Ma anche no rispetto a un intervento colossale, ardito e oneroso come il Ponte che ha ricevuto il via libera dal Cipess, il Comitato Interministeriale presieduto da Giorgia Meloni.
La premier e il suo vice leghista sono convinti di scrivere una pagina di storia avviando ufficialmente i lavori per la grande opera, concretizzando il sogno che, come si ricorderà, fu in primis di Silvio Berlusconi. Non tutti però la pensano come loro. E se Ferruccio De Bertoli scrive sul Corriere delle Sera che giunti a questo punto, per carità di patria soprattutto finanziaria, occorre che il cantiere si apra e si chiuda con il massimo risultato, si può sempre eccepire sull’utilità di una simile avventura infrastrutturale. Infatti, sono in molti ad avanzare dubbi e perplessità. Di tipo economico, tecnico, sociale, ambientale. Una posizione che non è per forza di cose pregiudiziale o dettata da motivazioni esclusivamente politiche, ma appare sostenibile o, comunque, tutt’altro che inconsistente.
Non è nemmeno il caso di buttarla in caciara, proprio qui al Nord, benché sia acclarato che la questione settentrionale è oramai finita sullo sfondo delle battaglie leghiste. Non è una novità di oggi, scopriamo l’acqua calda, ma l’essersi incaponito sul Ponte dello Stretto da parte del leader della Lega testimonia quali siano oggi le priorità. La prospettiva è nazionale, il governo non può e non deve concentrare le proprie attenzioni soltanto su alcuni territori, benché siano la spina dorsale del contesto produttivo e richiedano particolare riguardo. Piemonte, Lombardia, Veneto, Emila Romagna, è vero, dispongono già di importanti infrastrutture, ma questa non è una buona ragione per distogliere lo sguardo da altre necessità e attuare disparità di trattamento.
Miliardi, quindici per cominciare, destinati al Ponte. E gli ospedali, le strade, le ferrovie e tutto quanto riguarda il Nord? E i balzelli autostradali in costante aumento? E, attenzione, l’autonomia differenziata che, a un certo punto, pareva inderogabile e ora non è più in agenda? Roma capitale sì, il resto del Paese no. Non si tratta di essere disfattisti, di mettersi di traverso a Matteo Salvini, di lanciare una crociata contro il “suo” Ponte, però c’è un però che si insinua nella soddisfazione del centrodestra per il riavvio uffciale delle procedure per realizare l’opera. Siamo sicuri: non sarà questo progetto a modificare nella sostanza i flussi di voti: se si andasse alle urne oggi, Giorgia Meloni primeggerebbe ancora, Salvini forse un po’meno. Ma li sentiamo i mugugni, anzi, le proteste di chi percorre autostrade e tangenziali intasate di Milano, Torino, Bologna, Mestre, dei pendolari ostaggi di ritardi e disservizi delle ferrovie, dei pazienti costretti ad aspettare mesi, spesso anni, per una Tac, qui, nel Nord “locomotiva del Paese”.
Osservazioni qualunquiste rispetto alla novità di un manufatto destinato a rilanciare (nelle intenzioni) l’economia del Sud e, quindi, dell’Italia? Un Ponte che, per il momento, sembra un paradosso: invece di unire la nazione, ne allarga il solco. Forse, come per la cupola del Brunelleschi, secoli dopo ne ammireremo la bellezza e l’importanza, per ora ne subiamo il peso progettuale e, con l’effettiva utilità, i rischi che comporta. Per tornare a De Bortoli, per carità di patria sosteniamo obtorto collo l’impresa: il suo fallimento sarebbe il fallimento di una nazione intera. E questo non possiamo permetterlo né permettercelo.
