di Gian Franco Bottini
Nell’immediatezza dello “storico” incontro Putin-Trump nel freddo dell’Alaska, proprio su Malpensa24 dichiarammo la nostra disponibilità ad essere classificati dei “pirla” qualora, nei giorni a seguire, qualora fossimo stati smentiti su quanto in quella sede affermavamo.
Sinteticamente dicevamo che, da quell’incontro, il buon Donald aveva probabilmente portato a casa qualcosa di buono che riguardava gli interessi americani (o di suoi ricchi sostenitori) e che a ciò potevano riferirsi i suoi trionfalismi, non certo a qualche passo in avanti per la questione ucraina, che noi “ingenuotti” di provincia, pensavamo fosse anche per lui la priorità. Per la verità Trump, nella sua smania di protagonismo da Nobel, aveva in pratica fatto tutto quanto invece serviva per rafforzare la posizione di Putin.
Tappeto rosso, applauso, amichevoli salamelecchi (per quanto ci è stato consentito vedere nelle riprese televisive concesse) e probabilmente qualcos’altro di più riservato, hanno consentito allo zar di ritornare in patria da vincitore. Un incontro che aveva come obbiettivo, se non la fine, almeno una tregua della guerra in atto, ha dato come risultato arroganti dichiarazioni russe, la diffusione di immagini di un provocatorio carro armato sovietico con bandiere russa e americana (non certo per inopportuna iniziativa di qualche soldatino non autorizzato!), un bombardamento su Kiev senza precedenti con annessa offesa alla sede dell’UE, il minaccioso ammassamento di truppe russe alle frontiere europee.
In parole povere nulla di distensivo ma molto per far intendere all’opinione pubblica russa quanto l’incontro avesse sortito un forte avvicinamento americano alle pretese russe e una conseguente specie di scarico di Zelensky (e dell’Europa) da parte di Trump.
Se è vero che le guerre oggi si combattono anche con la comunicazione, i pressoché nulli bla-bla americani fanno pensare che ad oggi, “ai punti”, Putin è nettamente in vantaggio, il che gli consente di snobbare qualsiasi ultimatum, prendendo tutti quanti “per i fondelli”, soprattutto il Presidente americano. Se di ambiguità oggi si può parlare non è certo di Putin quella di cui dobbiamo principalmente preoccuparci, quanto di quella americana, la cui politica, in certi momenti, pare dichiarare una rinuncia a recitare quel centenario ruolo di riferimento per il così detto Occidente e per suoi valori condivisi.
Mentre India, Cina,Russia, Corea del Nord, Turchia (che se i conti tornano rappresentano i 2/3 della popolazione mondiale) si incontrano per trovare la sintonia del “Sud globale”, dichiaratamente per un’azione di contrasto verso l’attuale sistema commerciale occidentale, Trump, lungi dal rinserrare le fila con i suoi alleati storici(Europa in primis) scatena l’assurda guerra dei dazi destinata ad disgregare pluridecennali alleanze. Senza contare che l’applicazione di dazi all’India del 50%, più che di provocazione suona di becero bullismo, in un delicato momento nel quale si stanno ridefinendo gli assetti mondiali politici ed economici. Per l’America una specie di suicidio, per l’Europa ulteriori spinte a cercare nuove strade.
Non si può certo ignorare, ovviamente, che tutte queste situazioni, da qualsiasi punto di vista si guardino, mettono costantemente in evidenza la totale inconsistenza europea.
Del resto, che l’obbiettivo di Trump fosse di disgregare l’unità europea è stato evidente fin dall’inizio del suo mandato, chiarendo che nel suo modo di far politica l’impronta mercantile supera costantemente qualsiasi valutazione politica, con un atteggiamento dialettico e posturale che rasenta la prepotenza. La questione israeliana è poi un’altra di quelle che confermano tutta l’ambiguità americana del momento, soprattutto se la pronta risposta a stelle e strisce alla richiesta israelita di sostegno nell’ attacco all’Iran viene comparata con il pilatesco traccheggio nel prendere una posizione, altrettanto decisa, nel richiedere ad Israele un cambio di passo nel “tritacarne di Gaza”.
Parlare, in questo caso, di semplice ambiguità ci sembra effettivamente riduttivo, soprattutto quando, di fronte a tale disastro umanitario, il biondo Donald propone, come già fece all’inizio della vicenda, l’ignobile progetto di una lussuosa Riviera con le fondamenta basate su un territorio cosparso di migliaia di cadaveri, garantendo naturalmente investimenti e investitori oltre che l’incentivo a qualche centinaia di migliaia di “disperati”, perché si tolgano “ volontariamente dai co…ni”.
Ancora una volta il grande dubbio che il business condizioni l’attuale politica americana.
Questo è quello che noi, delusi americanisti, vediamo oggi di Trump e avendo ricordato quanto avvenuto dopo l’inutile show dell’Alaska, riteniamo di aver superato il pericolo (citato all’inizio) di prenderci del “pirla”, soprattutto da parte di quegli amici “vicini e lontani” per i quali, malgrado tutto, l’America first trumpiana continua ad essere quasi un dogma.
