LEGNANO – Parte da Legnano una missione di grande umanità per curare le più giovani vittime delle guerre. Lo scorso aprile è stata costituita in città la Fondazione War Children Hospital, che alla fine di questo mese di settembre allestirà a Palazzo Malinverni la sua prima mostra fotografica per farsi conoscere e raccogliere fondi. Promotore del progetto è il medico legnanese Massimo Del Bene, 71 anni (a sinistra nella foto; a destra, una delle foto della mostra), chirurgo ricostruttivo oggi in pensione specializzato nella mano, già allievo di Ezio Morelli e primario di chirurgia plastica e della mano all’ospedale San Gerardo di Monza: fu lui a effettuare nel 2010, primo al mondo, un duplice trapianto di mani che fece – giustamente – sensazione.
Del Bene ora lavora insieme ad altri medici, tutti volontari, negli scenari peggiori che si possano immaginare: quelli bellici. Opera su bambini e ragazzi lacerati dalle guerre, vicino ai campi di battaglia e in situazioni spesso estremamente rischiose e precarie. È intervenuto sui ragazzi torturati nei campi di concentramento in Libia, sui bambini-soldato del Tigrè, presto toccherà alla Siria.
Del Bene: «Impegnati in prima persona»
Fra i primi a dare spazio a questo impegno ci fu, nel lontano 2019, proprio Malpensa24. Allora si parlava di una struttura ospedaliera dedicata sul nostro territorio, magari nel vecchio ospedale di Legnano. Poi il progetto ha preso un’altra strada, puntando sulla Fondazione che adesso è realtà, e che sarà presentata ufficialmente alla Camera dei Deputati il prossimo ottobre. Questione di costi, insostenibili per aprire un ospedale pediatrico, ma non solo: Del Bene e i suoi colleghi intendono agire su due fronti, sia sul campo sia, laddove possibile, in Italia, precisamente a Monza, portandovi alcuni giovani pazienti. L’idea di aprire qui un ospedale dedicato, comunque, rimane. «Le cose cominciano dal piccolo e, se vanno bene, procedono verso il grande – sorride il dottor Del Bene – Non si poteva partire subito con quel progetto, che però è proseguito fino alla creazione della Fondazione. Una giovane Fondazione fatta di vecchi chirurghi. Siamo un gruppo di medici con esperienza internazionale di guerra, da francesi a senegalesi. Alcuni di noi hanno lavorato anche con Emergency».
Ascoltare Del Bene permette di vedere attraverso le sue parole gli orrori di alcuni dei 56 conflitti che insanguinano il pianeta. «La Fondazione è fatta da gente che ci va, non deleghiamo nessuno. Tutti coloro che entrano a farne parte hanno uno scopo ben preciso. L’anno scorso siamo andati con la Croce Rossa Internazionale nel Tigrè, a operare ragazzi feriti nei due anni di guerra (2020-2022, nda). Ci tornerò l’anno prossimo. Uno dei nostri medici ha lavorato sei settimane a Gaza dopo i fatti del 7 Ottobre, ora è impossibile entrarvi. Ci apprestiamo a partire per altri posti: stiamo prendendo contatti con la Siria per non avere problemi di approvvigionamenti una volta arrivati sul posto. Il ministero della Salute ci ha chiesto che interventi facciamo, abbiamo approntato una sorta di “lista della spesa” cui seguirà una prima missione esplorativa per capire se ci sono le condizioni per intervenire. Ci siamo trovati in ospedali dove volano le mosche e senza acqua per lavarsi. È impossibile operare dove non ci sono minime garanzie di asetticità, sarebbe inutile farlo».
Obiettivo: evitare il più possibile le amputazioni
War Children Hospital, però, come detto mira a lavorare anche in Italia. «L’altro obiettivo è portare al San Gerardo quelli per cui è possibile. Stiamo contattando anche l’organizzazione sanitaria del governo ucraino per capire come procedere in questo senso. Per l’accoglienza, ho parlato con Giovanni Verga, fondatore della Fondazione Maria Letizia Verga, che si occuperebbe dei familiari fino al termine delle cure».
Ma quali sono le prospettive di recupero fisico per le vittime più giovani di bombe e proiettili? «La chirurgia di guerra – risponde Del Bene – è una chirurgia di amputazione. Purtroppo in quei posti non puoi ricostruire, a differenza di quello che si fa da noi anche per chi cade dalla moto. Devi salvare la vita, non puoi fare ricostruzioni ossee o altro, si va sul sodo. Purtroppo. Il problema è evitare il più possibile danni definitivi portandoli qua. Dove si combatte ti fanno avvicinare per prestare assistenza medica soltanto giorni dopo le battaglie, anche per non farne vedere troppo le conseguenze. Operare in urgenza permette di stabilizzare la situazione agli arti inferiori o superiori, poi con calma si può pensare alla ricostruzione, anche con trapianti. L’importante è avere personale adatto lì, in quel momento, in grado di tamponare e non amputare. Interventi che sono gocce nel mare, ma per ogni singola persona sono tutto».
La prima mostra a Palazzo Malinverni
Trasferte, ma anche trasporto in Italia e accoglienza, interventi chirurgici e riabilitazione costano. Tanto. Per sostenersi, la Fondazione raccoglierà donazioni con una mostra itinerante, che esordirà domenica 28 settembre nella Sala degli Stemmi del Comune di Legnano, dove resterà fino al 3 ottobre per poi fare tappa nello spazio espositivo della Geico di Cinisello Balsamo. «La mostra si intitola “I bimbi e la guerra”. Sono tutti scatti fatti da noi, in particolare dall’amico e collega Paul Ley. Nessun pietismo inutile, ma rappresenta la realtà su quello che si sente dai telegiornali che accade a Gaza o nello Yemen: bambini feriti, amputati, segnati nel corpo per sempre».
E poi si conta sulle donazioni di associazioni come i Rotary, di privati e di campagne promosse attraverso il sito ufficiale della Fondazione: «L’idea è mettere sul sito qualcosa come “Adotta una missione”, ad esempio in Siria, con due chirurghi, per 15 giorni, indicando il costo stimato». Sullo stesso sito sono riportate le modalità per sostenere War Children Hospital. Perché anche all’inferno ci sono gli angeli.
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