di Massimo Lodi
Un innovatore, ecco. Alfredo Ambrosetti è stato questo. Volò ad approfondire le conoscenze professionali in America, anni Sessanta, epoca in cui quasi nessuno vi si recava. Capì in anticipo sui tempi l’importanza della consulenza aziendale e diede avvio alla progettualità nel settore bruciando i rivali allo sprint.
Lo sprint, un concetto che l’intrigava. Tifoso di ciclismo, fu accanto al padre Antonio detto Togn nell’organizzazione dei mondiali varesini del ’51, quindi promotore di quelli del 2008, riuscendogli d’imporre la candidatura della Città Giardino sulla forte concorrenza. Mutuò dalla venerata disciplina sportiva il dettaglio utile a vincere la sua gara imprenditoriale. Battere gli avversari dopo averne intuito le architettabili mosse, attendere l’attimo giusto per piazzargli la ruota davanti, sostenerne l’aggressivo ritorno, qualora se ne fosse manifestato cenno.
Ambrosetti ha corso a lungo e da campione. Creando una squadra efficiente/omogenea, oggi con Valerio De Molli capitano. Battendo chiunque ed esportando la miglior cifra del nostro localismo. Competenza, intuizione, curiosità; lungimiranza, ardore, riservatezza al servizio d’una passione di felpata veemenza. Persuaso –globalista ante litteram– dell’indispensabile collegarsi tra mondi lontani, deciso a promuovere le ragioni del progresso, tessitore della politica relazionale, ingegnere della pax costruens. Solo dal confronto nasce il miglioramento di vita -e la sua durevole tutela- d’una società: lo diceva, lo faceva. Lui sì che i ponti li ha saputi costruire, fedele alla regola delle tre erre: ricerca, realismo, realizzazione. Gli devono tutti molto, i varesini moltissimo. Ha onorato il luogo natale, che lo ricambiò con onorificenze varie/eccellenti inserendolo nel 2016 -una a riunire il resto- tra i Benemeriti municipali.
Gli piaceva lavorare, e quanto lavorare, nel silenzio meditativo; rimanere al riparo dei fari d’una ribalta mai cercata, pur se spesso offertagli; insistere nella cheta opera di beneficenza che svolgeva a latere del ruolo manageriale. Tra i velluti del luminoso salotto di via Menotti a Casbeno- oltre che negli uffici milanesi e altrove capitasse- ha scambiato chiacchiere importanti con interlocutori di grande rilievo, e anche con persone comuni, incrociate nella quotidianità e dalle quali voleva sapere di più. Il popolarismo vero, cioè la sintonia con la gente, apparteneva da sempre alle sue corde di fuoriclasse della vita. Era il suo stile. Oltre che imprimerglielo nel Dna, gliel’insegnarono con l’esempio d’ogni giorno i familiari. Il mitico Togn, specialmente. Uno che, oggi diremmo, possedeva doti naturali d’empatia e non a caso fu scelto, nel citato ’51, ad allestire un evento a Varese mai visto prima, di simile portata.
Alfredo prese nota, imparò, acquisì. Sommando all’esperienza via via maturata un talento fuori dell’ordinario. Le due cose insieme han prodotto l’affermazione aziendale, sviluppatasi attraverso intese maturate ai più alti livelli istituzionali, economici, politici, culturali e che han toccato le Zenith dal ’75 in poi, anno in cui nacque il Forum di Cernobbio. Appuntamento che lo ha reso celebre nel mondo, trasformandone il cognome in marchio. E, anzi, in must, qualcosa d’indispensabile nell’agenda settembrina di capi di Stato, di governo, di partito, d’industria eccetera, tanto da meritargli la nomina a Cavaliere del lavoro. Ciò che non gli ha mai fatto smarrire la semplicità delle origini, il bonario tratto umano, la voglia di continuare a misurarsi in sfide sempre nuove. Infine proseguite, a suggello d’una esistenza nel segno della pragmatica/visionaria/encomiabile rivoluzione mite, con l’adempimento ancor più radicale all’obbligo etico d’aiutare i meno fortunati. Un dovere che solo i galantuomini avvertono, praticandolo. Chapeau bas al galantuomo Alfredo Ambrosetti.
È morto Alfredo Ambrosetti. Varese piange l’uomo che ha inventato il Forum di Cernobbio
