VARESE – «Doncic? So che segnerà quel tiro libero come so che il tostapane scalderà una fetta di pane. L’Italbasket, al contrario, segna ogni canestro come la bottega di un artigiano realizza un pezzo unico». Marco Pinti, volto noto della politica varesina ma soprattutto tifoso di basket e della Pallacanestro Varese, si schiera apertamente con il CT (dimissionario) Gianmarco Pozzecco nonostante l’eliminazione dell’Italbasket per mano della Slovenia del “fenomeno” Luka Doncic. «Il Poz ha riportato entusiasmo nel movimento e rimesso il fattore umano al centro della scena» sostiene Pinti in risposta all’editoriale del nostro Andrea Aliverti sui vent’anni di fallimenti dell’Italbasket.
Siamo uomini o tostapane?

Ringrazio l’amico Andrea Aliverti di avermi nuovamente fatto saltare la penna tra le mani per scrivere di quello sport che dalle nostre parti vale quanto una sorta di religione. Si parla di mancanza di vittorie significative da vent’anni, di amarezze appese sul filo di un ultimo tiro che danza sul ferro e scivola fuori. Certo, perdere spiace sempre, ma se dovessi scegliere tra una vittoria come quella della Slovenia, dove un gigante realizza più della metà dei punti, non senza favori degli arbitri, oppure una sconfitta fatta di sudore, coraggio e orgoglio come quella dell’Italbasket di Pozzecco: io preferisco perdere altre mille volte così. Niang sbaglia un libero su tre, ma quando la telecamera lo inquadra, io vedo il riflesso di una persona, di uno che sta dando l’anima in quello che fa. Quando è inquadrato Doncic, cosa vedo? Un algoritmo, un omino della playstation. So che segnerà quel tiro libero come so che il tostapane scalderà una fetta di pane. Per carità, non nego la meraviglia circense, il talento, la personalità, ma è tutto previsto e prevedibile. Soprattutto, nel gioco della Slovenia, è come se giocasse da solo. L’Italbasket, al contrario, segna ogni canestro come la bottega di un artigiano realizza un pezzo unico. Ogni volta una combinazione di generosità, rischio, slancio, impegno. E se un marziano mi chiedesse che cos’è l’entusiasmo, io gli mostrerei il modo in cui Pozzecco si lascia divorare dalla partita più di tutti anche se la vive a un metro dal campo. O forse proprio per questo. Io non so cosa cercano in una partita quelli che misurano tutto in base alla vittoria. Mi chiedo perché si prendano la briga di guardarla: con un po’ di pazienza il risultato gli arriverebbe pulito sul telefonino con tutte le percentuali annesse e connesse. Io non li capisco. Da un po’ di tempo mi sono accorto che nessuno sport come la pallacanestro riesce a riprodurre un riflesso così autentico di quello che siamo: delle emozioni, della tempra, dell’intensità che ogni giorno siamo chiamati a mettere nelle nostre vite. I giocatori non sono atleti che devono performare, ma specchi attraverso cui riconosciamo delle emozioni importanti e le viviamo attraverso di loro. Come in un romanzo, nel cinema, nel teatro. Solo che nel basket è tutto più vero, pulsante, vivo.
È innegabile che il ciclo della nazionale allenata da Pozzecco abbia riportato entusiasmo a tutto il movimento della pallacanestro italiana: lo dimostrano gli ascolti delle partite, ma ancora di più le iscrizioni al minibasket, maschile e femminile, l’interesse dei giornali, i meme sui social, l’emergere di altri allenatori che sembrano ricalcare un approccio più attento alle relazioni nel costruire il percorso con la propria squadra. Non dico che sia tutto merito del Poz, ma di certo ha avuto il merito di riportare il fattore umano al centro della scena. Siamo uomini o tostapane?Marco Pinti
Italbasket, vent’anni di fallimenti. Zero tituli e mai un colpevole
