CASTELLANZA – Sfrattati dopo 30 anni: una famiglia Castellanzese senza casa e senza alternative. Una situazione che sarebbe passata sotto silenzio se Romeo Caputo, già consigliere comunale ed esponente di Castellanza nel cuore (ma in questo caso interviene a titolo personale come semplice cittadino) non avesse scritto un lettera in cui esprime rammarico e indignazione di come una famiglia, in acclarato stato di fragilità, si trova da un giorno all’altro senza un tetto sopra la testa.
Caputo lancia anche un appello alle istituzioni locali, al sindaco e ai servizi sociali di Palazzo Brambilla affinché intervengano per trovare una soluzione.
La nota di Mino Caputo
Sfrattati dopo 30 anni: una famiglia Castellanzese senza casa e senza alternative. Dopo oltre trent’anni trascorsi nello stesso appartamento, oggi, mercoledì 17 Settembre 2025, una famiglia storica castellanzese si è trovata sfrattata senza avere un posto dove andare. Una storia che colpisce non solo per la sua durezza, ma soprattutto per il silenzio istituzionale che l’ha accompagnata.
La motivazione dello sfratto non è la morosità, ma la volontà, dichiarata dalla proprietà, di effettuare lavori di ristrutturazione. La famiglia coinvolta è composta da tre adulti: una madre novantenne, invalida al 100%, la figlia, che per assistere la mamma giorno e notte ha rinunciato al lavoro, e il figlio, prossimo alla pensione.
Una situazione fragile, resa drammatica dall’assenza di una rete di protezione nel momento più critico. Nonostante i servizi sociali fossero stati messi al corrente della vicenda fin dalle prime comunicazioni dello sfratto, l’intervento dell’ufficiale giudiziario è avvenuto senza che la famiglia avesse una soluzione abitativa alternativa. Tentativi nel mercato privato sono stati fatti, ma con risultati insostenibili sul piano economico.
Le richieste d’aiuto, rivolte direttamente alla sindaca Cristina Borroni e all’assistente sociale incaricata, non hanno ricevuto risposta. A mancare, in questa vicenda, non è solo una casa, ma soprattutto una risposta pubblica, umana e amministrativa. Perché se è vero che la proprietà privata è tutelata dalla legge, è altrettanto vero che i diritti delle persone fragili – in particolare degli anziani – devono trovare un bilanciamento concreto nelle azioni di chi amministra il territorio.
Il caso solleva interrogativi pesanti: cosa succede quando il diritto alla casa entra in conflitto con la rendita immobiliare? E cosa succede quando, davanti a casi di evidente fragilità, le istituzioni locali non riescono a tutelare nemmeno il minimo: un tetto?
Oggi una famiglia si trova fuori da quella che per decenni è stata la propria abitazione, senza una soluzione alternativa e senza certezze per il futuro e a fare rumore, più che lo sfratto in sé, è it silenzio che l’ha circondato.
Cara signora sindaca sono profondamente indignato per un comportamento che non è rassicurante per le fragilità presenti nella nostra comunità. Quando una famiglia composta da una donna novantenne invalida, da una figlia che ha sacrificato la propria vita professionale per assisterla, e da un figlio in prossimità della pensione, viene sfrattata senza avere un’alternativa abitativa, qualcosa non ha funzionato. Non si tratta solo di burocrazia, ma di umanità. Di responsabilità pubblica. Di doveri verso i cittadini più deboli.
Questa vicenda non riguarda solo chi ha perso un tetto, ma chiunque in questa città si possa trovare in una condizione di fragilità e possa temere di essere lasciato solo. Il silenzio o l’inerzia delle istituzioni in momenti come questi lancia un messaggio pericoloso: che nessuno è davvero al sicuro, neppure dopo trent’anni di regolare convivenza e correttezza.
Signora sindaca, ciò che si chiede non è l’impossibile, ma una rete di protezione reale, fatta di ascolto, interventi tempestivi, collaborazione concreta tra Istituzioni e attenzione alle singole storie umane, tutte nessuna esclusa. Un’amministrazione si misura anche – e soprattutto – da come tratta chi non ha voce, chi non ha potere, chi ha solo bisogno di aiuto. Con rispetto, ma con profonda delusione per l’incoerenza che traspare tra ciò che si vuol far credere e la realtà.
