LEGNANO – Un bambino tiene in mano, senza sapere che cosa sia, la pallottola di Kalashnikov che gli è stata estratta da una spalla, dov’era stato colpito durante il colpo di stato nella Repubblica Centrafricana del 2012. Anche alla piccola Océane è andata bene: operata lo stesso giorno in cui è stata ferita in uno scontro a fuoco, tornerà a camminare liberamente. Non così un’altra bambina afgana colpita da schegge di granata che le hanno perforato l’addome e portato via il braccio destro: dovrà arrangiarsi tutta la vita a fare con la sinistra, infrangendo una rigida regola del suo Paese che impone l’uso della mano destra; un ulteriore ostacolo nel suo ritorno a una vita normale. Per un’altra bambina di 8 anni, invece, non c’è stato nulla da fare, i tentativi di rianimarla non hanno avuto successo e lo spietato triage di guerra l’ha “lasciata andare” per spostare gli sforzi su altri pazienti.
La guerra arriva a Legnano con il suo volto più crudo e concreto: le ferite impresse ai più piccoli fra le vittime. Occhi mani braccia gambe: nulla viene risparmiato a vite e corpi innocenti segnati per sempre. Quello che si può ricostruire lo salvano i medici della Fondazione War Children Hospital che oggi, domenica 28 settembre, hanno inaugurato nella Sala degli Stemmi di Palazzo Malinverni a Legnano alla presenza del vicesindaco Anna Pavan la mostra di fotografie (come quelle in questa pagina) “I bambini e la guerra”. A scattarle è stato uno di loro, Paul Ley, nei trent’anni di attività, metà dei quali con Emergency, negli ospedali di diversi Paesi in guerra, dalla Sierra Leone alla Cambogia, dai campi profughi del Libano all’Honduras passando per Gaza, Congo, Sud Sudan e altri. La mostra – itinerante e destinata ad approdare anche alla Camera dei Deputati – sarà visitabile con ingresso libero fino a venerdì 3 ottobre negli orari di apertura del Comune: un modo per sensibilizzare le coscienze dei “più grandi” e per raccogliere fondi per la propria attività (il codice fiscale per donare il 5×1000 è 92059770153, l’Iban del conto aperto presso Bpm IT63Q0503420211000000105096 con causale “Donazione solidale a War Children Hospital”).
Del Bene: «Ecco la realtà che non mostrano i tg»

Molti bambini arrivano in ospedale da soli, vedono tutti volti sconosciuti, non sanno dove sono i loro genitori né tanto meno come sono finiti lì, in mezzo al dolore, alle urla, alla paura di morire. Uno di loro guarda con curiosità il personale medico: nel suo Paese, lo Yemen, a nord come a sud le armi sono parte integrante della vita quotidiana, al punto che non aveva mai visto un uomo senza un fucile. Mentre c’è chi, come una bambina palestinese, da due anni dorme in un ascensore ormai inutilizzato di un ospedale di Gaza: così, ne è sicura, sfuggirà alle bombe e riuscirà a sopravvivere.
«Non è pietismo – ribadisce il chirurgo Massimo Del Bene, che proprio a Legnano ha costituito la Fondazione lo scorso aprile – è quello che succede quando cadono le bombe di cui sentiamo parlare ai telegiornali. Certo, qualcuna è un po’ forte (in effetti la mostra non è per stomaci deboli, nda) ma uno dei nostri scopi è proprio quello di non far voltare gli adulti dall’altra parte.
«Io sono stato “adottato” da Legnano – prosegue Del Bene – Vivo qui e qui sono nato dal punto di vista professionale. Questa è la prima tappa della mostra, che è la dimostrazione evidente del lavoro fatto da Paul nel mondo; in tanti stanno ora lavorando con noi pro bono per portare avanti questa iniziativa».
Nelle foto 30 anni di attività negli ospedali di mezzo mondo

L’autore delle fotografie definisce la scelta del bianco e nero «sofferta ma finalizzata a non far vedere il sangue. Ritengo che rimangano comunque abbastanza espressive. Tra me e questi bambini – racconta Paul Ley – si è creato un rapporto diretto, speciale. Tutti mi hanno conosciuto dopo che li ho operati. Le foto sono state scattate con vari tipi di macchine e sono la testimonianza più autentica possibile del lavoro che ho svolto per quasi trent’anni. Ho cercato di rappresentare vari aspetti, comprese le violenze che questi bambini subiscono per la fame causata dalle guerre, per traffici come quelli di stupefacenti e per fattori culturali, come le scatole di cartone con gli arti amputati che devono portare con sé per seppellirli con riti loro».
In pochi mesi la Fondazione ha già donato al centro sanitario di Hafsarjah in Siria il necessario per dotarsi di strumenti medici essenziali fra cui una macchina ecografica con sonde, un monitor fetale, strumenti ginecologici di base, sterilizzatori, tavoli per visite ecografiche, stetoscopi e altri apparecchi fondamentali per la diagnosi e il trattamento. Proprio la Siria sarà la destinazione della prima missione sul campo di War Children Hospital: nelle prossime settimane il dottor Del Bene vi si recherà per dare supporto concreto nella cura dei minori vittime di guerra, in un’epoca che appare sempre più l’autunno dell’umanità.
Fuori dal Palazzo, a pochi metri dagli orrori ritratti nella mostra, alcuni bambini giocano a pallone nel sole della piazza, ignari di quanto il loro destino sia infinitamente migliore. Toccherà ai loro genitori rendere grazie di tutto questo con un gesto concreto.
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