di Andrea Minchella
VISTO
THE PITT, di R. Scott Gemmill (Stati Uniti 2025, 15 x 40/60 min., Sky Atlantic).
Un’altra produzione incentrata sulla medicina d’urgenza in uno dei tanti pronto soccorsi d’oltre oceano. Il protagonista già visto parecchi anni fa nella serie “madre” del genere “Hospital”, E. R., che ha segnato per sempre quel filone trasformando e reinventando la grammatica “seriale” moderna. “The Pitt” non tradisce le aspettative. Un “Medical Drama” perfettamente contestualizzato, equilibrato e realizzato con un’architettura scenica attuale e innovativa. Le serie ambientate in ospedale si sono moltiplicate negli anni, fin da quando la televisione americana, quasi “preistorica”, propose “Hospital” in cui le vite dei medici e dei pazienti di un ipotetico ospedale americano si intrecciavano generando storie ed emozioni perfette per una narrazione seriale e corale. Quella produzione nasceva in un’America carica di speranze e di un senso di superiorità culturale e sociale che oggi sembra essere svanito.
“The Pitt” si inserisce in un’America, e in un mondo, che è stato inevitabilmente trasformato e traumatizzato dalla pandemia del Covid del 2020. Anche se molti, magari per una sorta di auto protezione psicologica, tendono a dimenticare o minimizzare, quell’evento sconvolse completamente una società che si sentiva invincibile e inattaccabile.
“The Pitt”, senza retorica e con un flusso drammaturgico quasi sperimentale, racconta la vita di un medico del pronto soccorso in una Pittsburgh caotica e quasi smarrita. La sua giornata di lavoro diventa simbolo di una lotta che quasi cinque anni fa il mondo intero ha dovuto combattere per la propria sopravvivenza. Il dottor Michael Robinavitch, interpretato da un monumentale Noah Wyle, diventa il sacerdote laico di una comunità che si adopera per salvare non solo vite dalla morte, ma anche anime dallo smarrimento.
Noah Wyle, giustamente premiato con l’Emmy per la miglior interpretazione nel 2025 in una serie drammatica, si trasforma in maniera impeccabile nel medico che ogni ospedale dovrebbe avere. Al Pitt, apparentemente caotico e al limite del collasso, ogni paziente viene preso in carico dall’equipe del dottor Robinavitch con estrema cura e totale empatia. Dal medico più anziano, fino alla tirocinante più giovane, la squadra eterogenea che opera al pronto soccorso è formata per prendersi cura in ogni modo dei pazienti, numerosi, che affollano uno dei tanti ospedali della città di Pittsburgh. Ogni problematica viene presa in gestione da un team che assume una forma diversa a seconda della quantità e delle tipologie di richieste.
Tutto il lavoro dei medici, degli infermieri e dei collaboratori sanitari viene perfettamente coordinato da un uomo le cui fragilità, legate soprattutto al traumatico periodo del Covid, emergono senza preavviso mentre cerca di guidare un pronto soccorso tra mille richieste di intervento e continui richiami dalla direzione dell’ospedale su tempi ed efficacia del servizio. Robinavitch si muove in continuazione tra le innumerevoli situazioni che il pronto soccorso è costretto ad affrontare. Il suo aiuto, spesso fornito anche solo con uno sguardo, trasforma ogni componente della sua equipe in un elemento centrale e insostituibile del Pitt.
La serie è girata in maniera quasi documentarista grazie ad una cinepresa che segue con un ritmo ossessivo e serrato tutte le vicende che si sviluppano dentro il pronto soccorso. Il dover affrontare contemporaneamente più pazienti diventa la linea narrativa metodica di tutti gli episodi che ingloba, in maniera continua senza interruzioni, le ore del turno di una giornata del dottor Robinovitch e della sua squadra. Si comincia alle sette del mattino per, episodio dopo episodio, passare di ora in ora senza che si intraveda un momento di tranquillità. Michael e i suoi medici sono continuamente chiamati a risolvere problemi, da più banale al più drammatico, cercando di sviluppare e trasmettere un senso di empatica vicinanza che non guarisce le malattie ma che mette in contatto il medico con il suo paziente. I “flash back” del pronto soccorso durante la pandemia deformano la narrazione presente per restituirci un senso di vuoto e di smarrimento che credevamo avere sotterrato in un posto nascosto della nostra anima. Il passato diventa forza vitale per un presente, quello “Trumpiano”, in cui l’insofferenza, la rabbia e il senso di esclusione sono diventati i principali stati d’animo di una nazione sempre più confusa e disorientata. E bisognosa di cure e assistenza.
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RIVISTO
E.R. MEDICI IN PRIMA LINEA, di Michael Crichton (Stati Uniti 1994-2009, 15 stagioni, Nbc).
Una delle tante rivoluzioni culturali della televisione mondiale. Era il 1994 quando andò in onda il primo episodio di “E. R.” in cui una squadra eterogenea di medici doveva prendersi cura di un pronto soccorso affollato e variegato. Chrichton, il papà di “Jurassic Park”, elaborò una delle più longeve e moderne serie televisive di tutti i tempi. Per i pochi che non l’hanno vista, vale la pena cominciare questo lungo e affascinante viaggio nel pronto soccorso più famoso del mondo.
