VISTO&RIVISTO Doloroso e commovente inno alla vita

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di Andrea Minchella

VISTO

TRE CIOTOLE, di Isabel Coixet (Italia- Spagna 2025, 120 min.).

Il prezioso regalo di Michela Murgia prima che si congedasse dal mondo diventa uno struggente viaggio nelle sfumature più dolorose e gioiose della vita di ognuno di noi. Il potente romanzo si trasforma in una poetica ed evocativa pellicola grazie ad una Isabel Coixet che assimila fino all’ultima parola il delicato lavoro della compianta scrittrice e ne sviluppa un sussurrato, laico e profondo inno alla vita e a tutte le infinite venature che della vita fanno parte.

“Tre Ciotole” ci immerge senza filtri né retorica nell’esistenza di Marta, una ragazza dolce e riservata che convive con Antonio, un cuoco concentrato sulla sua professione e indaffarato tra i mille impegni che il suo lavoro impone. La separazione da Antonio rivoluzionerà la vita di Marta, le sue priorità e il suo modo di vedere il mondo e di vedersi nel mondo. Il dolore iniziale si trasformerà presto nella consapevolezza dell’opportunità di intraprendere un percorso inatteso fatto di piccole cose e di grandi speranze. La sofferenza, però, cambierà forma catapultando Marta in un dolore nuovo costringendola ad affrontare un’ennesima battaglia che la metterà a confronto con le sue paure, le sue debolezze ma anche con la sua versione più intima e nascosta. Proprio da questo percorso tortuoso e pieno di insidie Marta imparerà a fare i conti con la sua natura più ancestrale e sincera tanto da rimetterla in connessione con il mondo che la circonda e che ha sempre abitato. I ricordi e le emozioni del passato si amalgamo con i dolori e le sofferenze di oggi dando vita ad un flusso vitale prezioso e carico di sensazioni nuove. La vita va vissuta sempre e comunque. Questa formula a volte retorica a volte vuota di significato si riempie di lacrime e di sorrisi dando a Marta la conferma di quanto la vita sia davvero preziosa ed unica e che vada vissuta fino all’ultimo sguardo, fino all’ultimo rancore, fino all’ultimo sospiro.

Isabel Coixet immerge sapientemente questa delicata vicenda in una Roma inedita e gentile. La Roma di Marta è piena di angoli nascosti, di scorci poetici e soprattutto di migliaia di Madonne che vegliano su una città stratificata che nasconde mille sofferenze e mille gioie. La Roma di “Tre Ciotole” diventa lessico sentimentale che arricchisce indelebilmente un racconto struggente sulla fragilità della vita e sulla potenza dell’amore, qualsiasi forma abbia. Roma guarda e culla una Marta a volte disorientata, a volte inspiegabilmente gioiosa, a volte arrabbiata e delusa. Ma sempre intenzionata a non arrendersi davanti a nulla. La dolcezza e l’inaspettata consapevolezza di Marta puntellano sequenza dopo sequenza un respiro drammaturgico che avvolge lo spettatore trascinandolo in un vortice di emozioni contraddittorie e disorientanti.

Le tre ciotole del film diventano i recipienti di un’esistenza piena di sofferenza ma anche di una memoria dolce e rassicurante. Le ciotole possono contenere il cibo che ci nutre e le lacrime che ci fanno sentire vivi. Le ciotole possono contenere i desideri, le speranze, i ricordi, e la voglia di non perdere nemmeno un minuto di quello che ci resta da vivere. Le ciotole, in fondo, misurano l’intensità della nostra connessione con il mondo che ci circonda e con ciò che mangiamo e quindi, come dice il filosofo tedesco Feuerbach, con ciò che siamo.

Alba Rohrwacher ci regala un’interpretazione corporale e tridimensionale capace di polarizzare su di lei ogni sfumatura, anche impercettibile, di una narrazione sussurrata e lineare. La Rohrwacher cuce sulla sua pelle un personaggio quasi mitografico che racchiude in sé dolori e gioie di ogni essere vivente che abita il mondo. Marta grazie alla sua attrice diventa il prisma in cui ognuno di noi può trovare un pezzo della sua fragile e unica esistenza. Germano e gli altri attori si muovono silenziosamente attorno ad una Marta generosa e decisa a lasciare un segno indelebile fra tutti quelli che le hanno voluto bene e l’hanno amata.

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RIVISTO

LA STANZA DEL FIGLIO, di Nanni Moretti (Italia-Francia 2001, 99 min.).

Il dolore. Il lutto più grande. E la capacità di dover proseguire. Moretti strappa lo schermo con un racconto intenso e potente in cui la morte di un figlio si trasforma in un catalizzatore di emozioni e di sofferenze straripanti. Moretti dirige e interpreta una veglia laica sulla perdita più grande, indagando con rispetto le conseguenze di una tale tragedia, ma ci restituisce anche la forza che ogni uomo può e deve trovare per elaborare e per proseguire la sua tortuosa ma unica esistenza.

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