La visione geopolitica di Donald Trump

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Donald Trump sulla copertina di Time

di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, recentemente su La 7 è apparso un Paolo Mieli attaccato da Mentana e dalla Sardone mentre faceva un ragionamento molto equilibrato come da par suo. I due giornalisti volevano convincere Mieli che la pace è arrivata grazie all’intervento delle piazze di tutta Europa dove si gridava “free palestine dal fiume al mare”. Sic! Questa idea, che mi pare accarezzino in tanti, a me pare fuori da ogni bene ed è talmente incredibile da far dubitare del pensiero di persone che appaiono competenti e avvedute. Al contrario, ci sono già gli orfani di queste piazze che gettano fango sull’accordo. A questo proposito segnalo che Bibi Netanyahu non mi pare sia stato particolarmente impressionato né dalla posizione dell’ONU, né dalle sue opposizioni interne, neanche dai pareri contrari in certi momenti dei suoi alleati. Dubito che possa essere stato impressionato minimamente dalle grida dei molti che in buona o cattiva fede hanno dato sfogo alla loro protesta. Persino il capo dell’opposizione al governo israeliano Yair Lapid, uomo di sinistra che ha in grande avversione proprio il capo del governo, si è presentato sul podio alla Knesset e ha fatto un discorso straordinario di sostegno a Netanyahu affermando fra l’altro che le piazze d’Europa sono state manipolate da chi non vuole la pace.

Siamo tutti molto contenti per lo storico impegno alla pace sostenuto dai ventotto paesi dell’area del Medioriente immortalati nella foto che ha fatto il giro del mondo in pochissimo tempo. Ho ascoltato i 75 minuti del discorso di Trump (debitamente tradotto) tenuto a Sharm el-Sheikh: corretto, organizzato ma non emozionante con thank you detto 35 volte. Uno show tutto sommato modesto. Trump è un grande mercante, un negoziatore tenace ma fa fatica a raccontare la sua idea di pace. Non è stato emozionante neanche il suo discorso alla Knesset di Israele ma è stato emozionante quello che ha fatto. È davvero molto difficile cercare di intercettare la visione geopolitica di Trump.

L’ottimo Rampini fa alcune considerazioni che mi paiono condivisibili. Intanto mettiamo in soffitta l’idea di un’America isolazionista. I fatti recenti raccontano un’altra storia. I bombardamenti sui siti nucleari iraniani hanno mostrato non solo l’efficienza della forza militare statunitense ma anche la debolezza di una teocrazia che appariva la grande protettrice di molte forze terroriste dell’area e che al momento appare in piena crisi. Questi avvenimenti hanno cambiato di fatto gli equilibri dell’area. Inoltre “…la Turchia di Erdogan e il Qatar sciita hanno preso nota che oltre alla schiacciante superiorità militare di Israele rimane una sola potenza esterna in grado di fare da arbitro. È stata una Kabul alla rovescia che ha cancellato l’impatto che ebbe la disastrosa ritirata di Joe Biden dall’Afghanistan nell’agosto 2021…Ribadire gerarchie e rapporti di forza è una costante di Trump”.

Rampini continua annotando come il Canada di Carney si stia riconciliando, come la Groenlandia abbia spinto la Danimarca a vigilare sulle incursioni russe e cinesi e come Panama abbia rivisto la sua politica nei confronti dei gruppi cinesi che controllavano gli snodi nevralgici del traffico del canale. Assorbita la delusione del summit in Alaska, il nostro è già concentrato sul prossimo incontro a Budapest.

Anche con la Cina continuano le giravolte e Wall Street stenta a tenere il passo. Il Pil cinese è entrato in una sorta di impasse e retrocede dal 70% al 64% rispetto a quello americano e il divario tra le due superpotenze torna ad allargarsi. Solo l’India continua a tenere il passo con gli Stati Uniti. Inevitabilmente la stretta di mano fra Putin e Modi è già dimenticata. Tra i vantaggi che sostengono questa ripresa vi sono i consumi americani che valgono quelli cinesi ed europei messi insieme. Gli USA sono il più grande mercato del mondo per tutti mentre dipendono molto poco dalle esportazioni. Il loro export vale il 10% del Pil mentre per la Cina si arriva al 30%. Anche la demografia è una caratteristica forte degli USA. Le nascite mantengono il ritmo attuale e nei prossimi 25 anni i pensionati americani aumenteranno del 38% ma quelli cinesi dell’84%.

In un recente saggio di Michael Beckley, docente di Political Science alla Tufts University, membro dell’American Enterprise Institute, e direttore per l’Asia del Foreign Policy Research, intitolato “The Stagnant Order and The End of the Rising Powers” si afferma che la Cina di oggi sia meno efficiente e dinamica delle apparenze per questo importante motivo: “per ogni aumento di Pil cinese ci vogliono il doppio dei capitali e il quadruplo della manodopera, rispetto allo stesso aumento del Pil Usa. Le spiegazioni della superiorità americana hanno a che vedere – fra le altre cose – con il peso del settore dei servizi (più produttivo), l’efficienza del mercato finanziario, l’innovazione tecnologica, il costo dell’energia.”

Cari amici vicini e lontani, a questo punto diventa davvero difficile cogliere una visione nella politica di Trump. Sembra molto più opportunistica che visionaria. Sembra più realistica che creativa. Sembra più legata ai rapporti di forza che alle antiche alleanze. Qualcuno crede che per Trump valga quello che valeva per Mao Zedong: tutti gli altri sono “tigri di carta”.

pellerin trump geopolitica – MALPENSA24

 

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