di Gian Franco Bottini
Il “diritto di veto”: è il diritto di bloccare una iniziativa con il proprio singolo dissenso. In ambito ONU (organizzazione politica) esso è limitato alle 5 nazioni fondanti e considerate vincitrici dell’ultimo conflitto mondiale (Francia, Gran Bretagna, Russia, Cina, Stati Uniti); in ambito NATO (braccio armato Occidente) è attribuito a tutti i 32 partecipanti, analogamente a quanto avviene in ambito UE (organizzazione politico economica) dove è un diritto attribuito a tutti i 27 Paesi membri. Sia in ambito ONU che in ambito EU è un tema da tempo messo in discussione, ma “trattato con le molle”, al pari di una mina pronta ad esplodere e perciò da disinnescare con molta cautela.
Lasciato pigramente dormiente in momenti di tranquillità della politica mondiale, il tema si è rapidamente surriscaldato con l’accendersi dei più recenti conflitti che stanno rimescolando, e in qualche caso ridisegnando, i rapporti fra i più importanti Paesi dello scacchiere politico mondiale.
Nei tre organismi sovranazionali citati, il diritto di veto è nato in momenti lontani, quando le ferite della guerra erano ancora aperte e gli orrori attribuiti alle dittature avevano creato una tal fame di democrazia da far ritenere il diritto di veto la massima espressione della volontà della gran parte delle nazioni di garantire una comunione di intenti e una pari dignità, ritenute necessarie per evitare altri sconquassi mondiali.
Oggi, dopo alcuni decenni e le molte importanti vicende accadute, lo scenario politico mondiale si è parecchio evoluto e forse più di uno ha cominciato a dubitare che il “diritto di veto” sia proprio quella massima espressione di democrazia che si ipotizzava ma, se non proprio il contrario, sicuramente sia uno strumento inadeguato alla realtà di questi tempi.
In sede Onu non sono mancate le “spallate” in proposito e l’Italia stessa, un paio di anni fa, è stata tra i sottoscrittori di una Risoluzione che in pratica definiva il diritto di veto il vero problema frenante dell’attività dell’Organizzazione, contraddicendo anche il principio di “uguaglianza sovrana degli Stati”. Cosa non difficile da comprendere se consideriamo che tale diritto è riservato alle cinque nazioni citate in apertura di questo articolo, con le loro differenti posizioni nelle situazioni più calde e complicate in atto, causando una specie di “marcamento a uomo” con rallentamenti decisionali se non addirittura di stallo.
Ma dove questo diritto di veto ci è più vicino, e per noi più dannoso, è nella situazione Europea, dove, come già detto, tutti i 27 membri hanno la possibilità di utilizzarlo. Che l’Unione Europea vada assolutamente “”ripensata” crediamo sia oramai un convincimento diffuso; le ultime situazioni internazionali lo hanno ampiamente dimostrato. Che l’Europa abbia la necessità di potersi esprimere rapidamente e con “una sola voce”, soprattutto nei momenti emergenziali, è una necessità sotto gli occhi di tutti, pena l’interessato disfattismo interno di suoi stessi membri che, in momenti delicati, accentuano l’innegabile debolezza (vedi recente Orban), giustificando quei rapporti bilaterali che minano ancor di più la compattezza dell’Unione, oltre che influire sugli equilibri interni ai Paesi stessi coinvolti.
E’ evidente che UE, che prende le radici dalla antica CEE (Comunità Economica Europea) oggi non ha più solo esigenze di “comunità” economica, seppur ancora fondamentale come la recente questione di dazi “trumpiani ha dimostrato, ma anche di una sintonia su problemi di politica estera e di difesa coordinata.
L’attuale superburocratica UE non basta più; anzi, rischia di essere, in molti frangenti, un ingombrante fardello. Il mutamento necessario deve, comunque, essere assai profondo e obbiettivamente, con il diritto di veto nella forma attualmente vigente, sarebbe molto lungo e complicato. Anzi, se volessimo essere realistici, pressochè improbabile! E’ opinione, pensiamo non solo nostra, che mettere sul tavolo un ridisegno dell’Unità Europea senza aver prima affrontato in termini specifici il ridisegno del “diritto di veto”, sarebbe una operazione destinata a trascinarsi nel tempo, con scarse probabilità di riuscita. Basti ricordare cosa avvenne nel 2015 quando, sotto la spinta di sbarchi record, si cercò di darsi un sistema condiviso che prevedesse quote obbligatorie di ricollocamento dei richiedenti asilo, nei vari Paesi dell’Unione, onde sgravare la pressione sui Paesi di prima accoglienza (Italia, Spagna, Grecia). I Paesi dell’est Europa si opposero pesantemente con i loro veti e, in risposta, i Paesi mediterranei minacciarono di bloccare altri dossier di interesse dei primi. Fu uno dei momenti nei quali l’Unione Europea rasentò il dissolvimento. Del problema, irrisolto, si fa ancora un gran parlare senza mai aver trovato una soluzione veramente condivisa.
In sintesi, il “diritto di veto” è il vero e determinante problema da risolvere in quanto, fungendo oggi da scudo per la difesa degli interessi nazionali a breve termine, impedisce una gestione veramente europea e di largo respiro delle più rilevanti situazioni. Sicuramente i Padri fondatori della originaria Comunità Economica Europea ipotizzavano una ben diversa crescita della loro sofferta creatura.
