L’invasione degli involtini primavera

cina centri commerciali

C’è un fenomeno commerciale (e migratorio) che, senza fare troppo rumore, si espande a macchia d’olio anche nel nostro territorio. Si tratta del proliferare degli empori gestiti da cinesi, ampi store all’ingrosso dove si trova di tutto, di solito a prezzi più bassi rispetto a grandi magazzini e negozi, che stanno letteralmente occupando le piazze commerciali di mezzo Paese, con prevalenza nelle regioni del Nord. L’ultima apertura della serie è di queste ore, giovedì 4 dicembre, a Sesto Calende. Inaugurazione che segue di qualche giorno un’altra di uguale segno a Lonate Pozzolo e ne precede una terza prevista in quel di Castellanza.

Si tratta di una vera e propria invasione che, accanto al numero oramai spropositato dei supermercati tradizionali, sta sparigliando anche a livello sociale, e cambia parametri economici e abitudini. Non va dimenticato, per restare sempre nell’area varesina e milanese, che ci compete più da vicino, l’apertura di altrettanti numerosi ristoranti con le insegne orientali, spesso spacciati per giapponesi ma condotti da famiglie originarie degli immensi agglomerati urbani se non delle sterminate campagne della Cina Popolare.

Né si contano più i centri di vendita e manutenzione di strumenti tecnologici, telefonini e computer, sartorie e negozi di parrucchieri che completano il quadro di riferimento della popolazione con gli occhi a mandorla qui residente. Al netto di laboratori dei quali non si conosce né la localizzazione né il numero degli addetti, nella stragrande maggioranza dei casi privi di qualunque tutela.

Non dobbiamo dire noi quale sia l’impatto di una simile situazione nel tessuto sociale autoctono, quanto nel rapporto con la storiche attività commerciali e imprenditoriali che rischiano di soccombere davanti a una concorrenza a suo modo spietata quanto in veloce diffusione. Gli enti amministrativi – Regione, Province, Comuni – deputati a coordinare l’espansione urbanistica e commerciale dei territori sembrano avere le armi spuntate a causa di regolamenti che un po’ lasciano correre e un po’ favoriscono insediamenti che, in molti casi, occupano strutture edilizie abbandonate, per i più disparati motivi, da precedenti attività o dalla grande distribuzione. E evitano (in parte) problemi di degrado urbano.

La presenza cinese è un dato di fatto da diversi anni, una comunità abbastanza numerosa (si calcola che siano più di 350mila i cinesi regolari che hanno preso dimora in Italia), una immigrazione che si concentra anche sulla manifattura tessile (Prato) e su veri e propri quartieri (Milano, via Paolo Sarpi) dove domina la “legge del Dragone”. La comunità di origine cinese è la quarta per numero di residenti dopo romeni, albanesi e marocchini. Eppure non sembra preoccupare le autorità, interessate in primis al contrasto dell’immigrazione clandestina, ma disattenta al fenomeno di una etnia che al grido di “viva l’involtino primavera” è lanciata alla conquista di spazi generosamente concessi per insediare le più disparate proposte lavorative, senza il necessario contrasto normativo che innanzitutto salvaguardi il patrimonio imprenditoriale e commerciale che ha fatto crescere, creando benessere, Varese, Milano e la Lombardia. Le continue inaugurazioni di attività con il marchio della Repubblica Popolare sono più di un monito alla salvaguardia di un altro aspetto purtroppo sottovalutato, in lento e inesorabile declino: le nostre identità.

cina centri commerciali – MALPENSA24

 

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