L’Europa che non è ma che potrebbe essere

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di Ivanoe Pellerin

Cari amici vicini e lontani, vi sono alcuni editoriali di ottime firme che mettono in luce come la sensibilità degli occidentali sembra esser sempre più lontana dalla guerra in Ucraina, vista addirittura quasi con fastidio e di come le esternazioni del maramaldesco Trump contro l’Europa trovino un’ampia favorevole eco. La freddezza se non la l’insofferenza con la quale si accompagnano le notizie circa le attuali concertazioni sulla complicata pace sul fronte orientale dell’Europa lasciano davvero sconcertati.

Forse ci siamo dimenticati che la Russia, governata dall’autocrate voglioso degli antichi fasti dell’impero sovietico, uso ad impedire la libera circolazione delle notizie, ad eliminare gli avversari, ad aggredire le nazioni vicine non abbastanza allineate, a deportare i bambini dei territori invasi, a bombardare obiettivi civili, è a tutti gli effetti l’aggressore. Forse non consideriamo con sufficiente attenzione l’incredibile situazione dell’Ucraina. Siamo davvero convinti che la stupefacente resistenza dell’Ucraina sia solo legata alle decisioni del suo governo? Piuttosto che alla strordinaria volontà di resistere, di proteggere con tutti i mezzi possibili, di contrastare con tutta la resistenza disponibile, con tutto un disperato coraggio e oltre la propria patria? Eppure la parola “resistenza” dovrebbe far riecheggiare soprattutto in Italia antiche ed attuali risonanze forse ormai depositate nell’ideologia e la parola “patria” (che ha un bel suono) non dovrebbe appartenere solo alle dichiarazioni ufficiali e di maniera.

Ed anche l’Europa appare tragicamente sorda. Solo nella storia recente, ci siamo dimenticati della guerra civile in Spagna, dell’aggressione della Germania nazista, delle invasioni di Budapest del ’56, di Praga del ’68, di un difficile e fragile equilibrio durante la guerra fredda alla quale l’opinione pubblica occidentale ha partecipato non solo con apprensione e paura ma anche con emozione e simpatia. Ricordo con piacere le parole del presidente John F. Kennedy all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite il 25 settembre 1961 in occasione della limitazione dei test nucleari: “Una guerra senza condizioni non può condurre ad una vittoria senza condizioni…”.

Come ha ben annotato Ernesto Galli della Loggia nel suo intervento sul Corriere della Sera del 13 dicembre u.s. “…la resistenza degli ucraini è radicalmente altro da noi, non ci appartiene. Il suo eroismo – perché di questo si tratta, di eroismo – ci risulta incomprensibile, sembriamo addirittura averne fastidio dal momento che con queste cose l’Europa non ha più nulla a che fare da molto tempo … l’eroismo non abita più qui.” Anche Paolo Mieli sul Corriere del 14 dicembre commenta che “In Italia il livello di indignazione per le malefatte di Putin è al minimo storico…” e la mobilitazione di intellettuali, artisti e scrittori è distratta da altri impegni. I disastri e le tragedie della popolazione ucraina non ci riguardano. “Non una lacrima negli occhi di coloro che si autodefiniscono pacifisti e cristiani.”

Galli della Loggia continua affermando che “… Da decenni domina in Europa un’aridità spirituale, un’estenuante paralisi politica, un’assenza di ideali politici e un’atmosfera soffocante che ci sta privando di volontà e di propositi.” Forse è proprio in questa assenza di affermazioni liberali, di impegni valoriali, di pubbliche virtù, in questo ambito di un pensiero grigio e allineato sui vecchi parametri dell’Europa di fine Novecento superati dalla storia che incalza, è in questo ambito (dicevo) che si consuma il delitto dell’Ucraina, dell’Ucraina che muore.

Questa inadeguatezza possiamo farla risalire al trattato di Maastricht firmato nell’ormai lontano 7 febbraio 1992, sostenuto da un oscuro premier lussemburghese tale Jacques Santer. Lontano dalle radici giudaico-cristiane, dalle affermazioni ideali e valoriali così profondamente affermate nella storia del continente, le regole approvate furono senza anima, solo legate ad una cieca burocrazia, a norme giuridico-economiche che imbrigliavano l’autonomia degli Stati e che scordavano quello che oggi servirebbe di più e cioè una robusta Politica Estera ed una Difesa comune all’altezza dei tempi. Quanto a questo, veniva esclusa qualsiasi autonomia federalista in campo difensivo in quanto la sicurezza europea era appaltata alle strategie della NATO, considerata il demiurgo geopolitico incontrastato dopo la caduta del muro di Berlino.

L’altra faccia della medaglia. Secondo i dati del Word Economic Outlook, nonostante le evidenti difficoltà economiche dell’Europa pressate dai crescenti costi dell’energia (grazie alle sanzioni contro la Russia), il Pil nominale mondiale dei 27 paesi europei è secondo solo agli Stati Uniti e supera di poco quello della Cina. Il prodotto interno lordo dell’Unione Europea, a parità di potere d’acquisto, è secondo solo alla Cina e agli Stati Uniti ma vale il doppio di quello del gigantesco pianeta indiano. Per quanto riguarda la tecnologia i nostri ingegneri, tecnici e informatici, le menti scientifiche “nostrane”, i gruppi di studio pubblici e privati, le nostre università sono in grado di recuperare in poco tempo le posizioni più avanzate. Come popolazione (450 mln) siamo tre volte la Russia e una volta e mezzo gli USA. Il nostro mercato (consumi ed esportazioni) è il più fiorente e pertanto è molto apprezzato e ricercato. Perfino le spese militari (purtroppo autonome e disunite) di tutti i 27 paesi nel 2024 erano seconde a quelle degli Stati Uniti ma superiori a quelle della Russia.

Forse l’Europa è derisa ma certamente è temuta. Forse dobbiamo fare uno sforzo per superare gli egoismi nazionali. Tutte le decisioni del governo europeo sono sottoposte al potere di veto di ciascuno degli Stati membri. Nato con nobili intenti per garantire l’autonomia di ciascuno, sostituito in molti settori dal voto a maggioranza qualificata, si applica ancora in politica estera e in tema di difesa. Forse dobbiamo fare uno sforzo per superare questo eventuale disaccordo che serve solo a frammentarci. Cari amici vicini e lontani, forse la scintilla della guerra in Ucraina può scatenare l’incendio della volontà dei paesi europei affinché siano finalmente consapevoli di quello che adesso non siamo ma anche di quello che potremmo davvero essere.

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