Un altro Natale è andato in archivio. Con quale bilancio al di là dei luoghi comuni che ci vogliono più buoni, disponibili, rassicurati dagli affetti della famiglia? Giusto, ci mancherebbe. Però, c’è un però al quale dovremmo prestare attenzione: per molti, qui da noi e in giro per il mondo, non è stata una festa serena. Ne siamo consapevoli, ma cerchiamo di non farci caso per non arrecarci disturbo. Possiamo ricordare, ad esempio, le code di persone, proprio a Natale, in attesa di ricevere il sacchetto con il cibo davanti al Pane Quotidiano di Milano. Immagine spiazzante, di una situazione purtroppo diffusa nonostante i proclami di un Paese che sta riprendendo quota economicamente e sulla via di un benessere collettivo (quasi) raggiunto.
Poi leggiamo le cronache, guardiamo le fotografie di tutte quelle persone al freddo, ordinatamente in fila, e ci rendiamo conto che le cose non stanno per tutti come vorrebbero far credere. Qualche anno fa c’era quel tale che dal balcone di Palazzo Chigi proclamava con entusiasmo che il governo di allora aveva sconfitto la povertà. Era una beffa, la più clamorosa delle beffe. Oggi i dati Istat riferiti al 2024 mostrano un quadro disastroso: 5,7 milioni di italiani (il 9,8 per cento della popolazione) in stato di povertà. La crescita economica arranca, i salari non crescono e la condizione di indigenza colpisce anche chi ha un lavoro. A Roma, in Parlamento, sta per essere chiusa proprio in questi giorni la Legge di Bilancio. L’esecutivo di Giorgia Meloni sostiene di aver fatto quanto poteva. Per le opposizioni, non abbastanza. Di sicuro, per milioni di connazionali non cambierà nulla, se non in peggio.
E che non sia stato, per dirla con un altro stereotipo, un Natale di pace e di amore ce lo conferma l’allarme di quei genitori che hanno preso posizione pubbliche sul Corriere della Sera con un comune denominatore: la forte preoccupazione per i loro figli adolescenti, aggrediti o minacciati da coetanei, i cosiddetti maranza, che imperversano nelle città e accendono luci sinistre sul futuro dei giovani. Qui potremmo aprire un vasto capitolo che ci porterebbe lontano, il problema però esiste ed è tutt’altro che marginale. Allo stesso modo, ma su un altro versante, delle rotte di sventurati che cercano, a bordo di improbabili imbarcazioni, di raggiungere l’Italia per affrancarsi dalla disperazione. Sono 116 i morti dell’ultimo naufragio noto nel Mediterraneo, a ridosso del 25 Dicembre. “Quattro righe in cronaca” si taglia corto quando i fatti vengono minimizzati. Quattro righe per sollecitare l’attenzione su un dramma enorme, che ci coinvolge tutti e che, allo stesso tempo, dovrebbe essere prioritario soprattutto per i governi, chiamati alla gestione corretta dei flussi migratori e alla salvaguardia della vita umana.
Nel frattempo, Papa Leone ha rimesso per l’ennesima volta l’accento sulla pace. Un discorso il suo, durante l’Angelus di Santo Stefano, tutt’altro che di circostanza. Per dire cosa? Che chi crede alla pace viene addirittura ridicolizzato. Messaggio che non avrebbe bisogno di commenti, tanto è attuale e purtroppo angoscioso. Il pontefice ha invitato a seguire l’esempio dei martiri come Santo Stefano, anteponendo la giustizia e la cura dei poveri all’egoismo, “anche quando la scelta della pace provoca derisione o isolamento”. Sarà ascoltato? Saranno ascoltate le voci, alte e dolorosamente chiare, del disagio sociale e, più ancora, di un mondo che sembra dominato dalla precarietà a ogni livello, fino a sconfinare nella paura? Il Natale appena trascorso non ci ha dato risposte rassicuranti.
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