Malata oncologica «discriminata». A Busto Poste Italiane perde la causa di lavoro

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BUSTO ARSIZIO – «Va dichiarata l’illegittimità della condotta della società convenuta, in quanto discriminatoria…Ne consegue il diritto della lavoratrice al risarcimento del danno». Le parole scritte in sentenza dal giudice del lavoro del Tribunale di Busto Arsizio Francesca La Russa vanno intese come il colpo di fionda che permise a Davide di avere ragione su Golia.

La tutela del lavoratore fragile

«Al centro della discussione del contenzioso il tema, attualissimo, della discriminazione dei lavoratori fragili. Della nuova concezione della disabilità sancita sia in ambito comunitario europeo che dalla legge nazionale. Altri temi nodali sono stati il concetto di uguaglianza con diritto per i dipendenti fragili agli accomodamenti ragionevoli, a cominciare dal lavoro agile, così da agevolarne l’inclusione nella vita lavorativa. La disabilità non deve più essere ostacolo alla normale partecipazione alle attività produttive, il concetto sancito è quello di uguaglianza», spiega l’avvocato Giuseppe Colucci, del foro di Milano, che ha assistito una dipendente di Poste Italiane nella causa che ha visto la donna vincere contro il colosso delle Telecomunicazioni.

La malattia oncologica

Maria L., dipendente delle Poste da oltre 32 anni, nel marzo 2020, in piena pandemia, riceve la notizia che nessuno vorrebbe mai ricevere. Una di quelle che ti cambiano la vita per sempre. La donna si ritrova a dover combattere con una patologia oncologica molto aggressiva. «Fui sottoposta ad un primo intervento di 7/8 ore e poi a 6 cicli di chemio devastanti nel marzo 2020. A marzo 2021 ho affrontato un secondo intervento, 7 ore in sala operatoria, con ulteriori sei cicli di chemio – spiega la lavoratrice – Oggi, però, nel giorno della sentenza mi preme ringraziare prima di tutto l’avvocato Giuseppe Colucci che seguendomi passo a passo mi ha permesso di ottenere ciò che era mio diritto».

Condotta discriminatoria

Alla battaglia medica contro una patologia tumorale che un anno dopo il primo intervento e le prime cure si è ripresentata con una recidiva caratterizzata dalla stessa aggressività, per la donna inizia anche un calvario lavorativo. Scrive il giudice nel dispositivo che le assenze dovute alla malattia «vengono erroneamente computate nel periodo di comporto con conseguentemente decurtazione della retribuzione spettante». In sede giudiziaria la donna ha inoltre «di non essere stata abilitata al lavoro da remoto, nonostante la patologia oncologica e gli obblighi della normativa entrata in vigore durante la pandemia dovendosi considerare lavoratrice fragile». Rileva inoltre il giudice che la dipendente «ha ricevuto l’imposizione datoriale di usufruire delle ferie (nei mesi) in cui svolgeva cure ospedaliere, esami, riabilitazione e accertamenti per ricoveri». C’è anche un considerevole ritardo, data la situazione, nel sottoporre la dipendente al giudizio di idoneità per il lavoro da remoto con formazione in presenza costata una sincope alla donna (8 i giorni di prognosi dopo il ricorso alle cure ospedaliere).

La sentenza

«Mi sono ritrovata con la malattia prima, gli inevitabili strascichi lasciati dalla chemio poi, il lavoro a rischio e gli stipendi fermi – racconta la donna – Ero disperata». La causa vinta ha restituito equilibrio: il giudice ha condannato Poste Italiane a un risarcimento di oltre 20mila euro e alla regolarizzazione retributiva oltre al pagamento delle spese di lite. «Sono davvero grata al mio avvocato – conclude la lavoratrice – Abbiamo vinto contro un colosso».

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