Giorgia un anno dopo: il Partito della Nazione

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La premier Giorgia Meloni durante la conferenza stampa di inizio anno

di Massimo Lodi

Non lo può dichiarare, ma lo fa intendere. Le piace ambire all’applicazione in Italia d’una sorta di Dottrina Monroe. Ovvero: nessuno s’intrometta nell’amministrazione del potere, qui e ora. Perché lo si sta amministrando al meglio, alla faccia dei peggioristi. Economia: più occupazione, meno debiti, stabilità finanziaria apprezzata dai mercati Ue. Situazione interna: investimenti a lungo e difficile raggio, sicurezza sotto maggior controllo pur dovendola ancora irrobustire. Fronte esterno: siamo i più bravi d’Europa -ce lo riconoscono oltre confine- e gl’interlocutori ascoltati dall’America, nonostante le sorprese/le derive trumpiste. Completano il tutto (c’è molto d’aggiuntivo in tre ore et ultra di conferenza stampa) le spruzzate di vittimismo, ma vengono evitate le scivolate nel cattivismo. Ad esempio verso le opposizioni: punture, non pugnalate.

La Giorgia Meloni d’un anno dopo è la Giorgia Meloni dell’anno prima con maggior personalità, forza, aplomb. Glieli consentono un ruolo d’ormai indiscussa leadership nel suo schieramento, di fragilità di quanti le dovrebbero lanciare il guanto della sfida, di situazionismo internazionale dove -fra molte debolezze- il nostro Paese appare, per merito suo e demerito dei competitori, d’una insolita forza. Sicché l’ex underdog trova l’agio di parlare da guida d’un virtuale Partito della Nazione, riassumendo in sé i pregi del conservatorismo. Princìpi d’una volta attualizzati nella contemporaneità, radicalizzazioni spentesi ammiccando al ceto moderato, idea d’un presente rassicurante che prefiguri un futuro d’eguale segno. O perfino migliore.

Difatti l’intenzione è di condurre a termine la legislatura, anche se l’eventuale successo nel referendum sulla giustizia potrebbe suggerire l’anticipo di voto per capitalizzare il consenso. No, assolutamente no. Si andrà avanti così, dove li trovo -dice Giorgia- alleati del valore di Tajani e Salvini? E se non del valore, certo della fedeltà, al netto degli scarti d’umore, soprattutto/esclusivamente di Salvini. La premier si permette l’esagerata lode dei partner in grazia della sua esagerata supremazia, testimoniata da sondaggi che la danno costantemente ai livelli della Dc spazzatutto d’una volta. Non è lei che si adegua (1) ai suoi, sono i suoi che si adeguano (2) a lei. Che vi si adegueranno (3) nel caso in cui la Meloni/Monroe -Monroe quello della Dottrina, non quella della filmografia- dovesse imporre una nuova legge elettorale, proporzionale più premio di maggioranza. Costruita allo scopo di solidificare il favore/pop di cui pare giovarsi FdI. Se ne faranno una ragione Forza Italia e Lega, tenute a farsela, tal ragione, non mancando di Volonterosi il fronte avverso. Cioè centristi pronti al salto della quaglia, profilandosi l’eventualità.

Il Partito della Nazione viene (a umma a umma) evocato citando ciò che dovrebbe rappresentarne la base di sostegno: il senso di responsabilità. GM chiama a raccolta i responsabili attraverso la denunzia delle titubanze, quando non iracondie, che le suscitano gl’irresponsabili: si riferisce -e qui va sullo sferzante- ad alcuni magistrati, ad alcuni giornalisti, ad alcuni servitori dello Stato. Un bouquet d’autorevoli funzionari, maître à penser, titolari d’importanti uffici cui toccherebbe di far sistema ciascuno nella sua ovvia indipendenza. E che invece talvolta, o addirittura spesso, non lo fa, a giudicare dalle immagini -chissà quanto nitide- che scorrono sullo schermo di Palazzo Chigi. A proposito e infine: rivincendo le elezioni nel ’27, Meloni prenoterebbe un cambio di Palazzo nel ’29, con trasloco al Quirinale? Smentita secca. Sto bene dove sono e dove cercherò di restare. A meno che Fiorello non mi offra una scrittura. Ma questo sarebbe tutto un altro show.

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