di Massimo Lodi
Passa la fiaccola olimpica e Varese si accende della sua Costituzione materiale. Che è lo sport. Si accende di fervore, partecipazione, entusiasmo. Il mercoledì 14 gennaio ’26 è stato di marchio epocale: albo signanda lapillo, come dicevano i padri nobili. Da evidenziare col sassolino bianco. Nessuna propaganda avrebbe potuto spingere una moltitudine a scendere nelle strade, manifestare passione, unirsi virtualmente ai tedofori che transitavano piano, spesso frenando, costretti più volte a fermarsi per corrispondere alla gioia spontanea degli spettatori. Spettatori? Attori. Attorissimi. La città s’è immedesimata come mai s’era visto prima in chi la simboleggiava ufficialmente. Non importavano i nomi dei portatori di fiamma verso i Giochi di Milano-Cortina. Importava l’identificazione con lo spirito che li permeava. Lo spirito, appunto, sportivo d’una comunità. Qualcosa di speciale, intimo, storico. Rispuntato d’improvviso sull’impulso d’un evento che appariva, sì, importante, e tuttavia incapace di suscitare uno slancio così genuino, sentito, travolgente.
Non c’è stata in passato manifestazione che abbia affollato in tal modo i Giardini Estensi. Diventati col rapido calare della notte una straordinaria luce di euforia. Cinque, dieci, quindicimila presenti? Mah. Di sicuro rappresentativi dell’universalità cittadina, della sua profonda anima, delle sue misteriose radici. Misteriose perché chissà come, quando, in ragione di cosa nate, fattesi germogli, cresciute. Varese che aggiunge silenziosa, cauta, concreta il suo nome a quelli proprio di Milano e Cortina, facendolo nella scia d’innegabili titoli di merito. Stanno, i titoli, in graduatorie, podi, medaglie e senza bisogno di ricordarli o esibirli si sono manifestati attraverso la mobilitazione popolare. Semplice, impulsiva, schietta. E tanto basta a rendere Varese degna d’accostarsi al top istituzionale/organizzativo/logistico di quest’Olimpiade. Transitata qui, tra di noi, non solo per il caso, in ragione della geografia imposta dalla memorabile vicenda. Ma esaltata qui, tra di noi, per la vocazione che c’ispira e ha trovato il suo massimo dispiegamento nella sbalorditiva cornice agli staffettisti del virtuosismo pacifico che han percorso il reticolo urbano.
Anche questo, forse anche questo, ci ha fatto vincere l’Olimpiade prima del suo inizio: la voglia di rendere testimonianza di fraternità, affetto, concordia in un mondo che ne dà d’opposta. Magari è l’emozione fuorviante d’una imprevista sorpresona a farci straparlare. Magari invece no. È che non vedevamo l’ora di confessare ed esprimere un sentimento troppo soffocato, vilipeso, schernito. E perciò abbiamo riacceso una Costituzione materiale che pareva spenta. Ma quando mai. Viva il sassolino bianco, quello dell’albo signanda lapillo.
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