Pierpaolo Frattini: nel canottaggio (e nella vita) non si vince mai da soli

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Pierpaolo Frattini

Pierpaolo Frattini è uno dei volti più rappresentativi del canottaggio varesino e internazionale, atleta che ha saputo trasformare la disciplina dello sport in una scuola di vita. Cresciuto sui laghi della nostra provincia, ha portato i colori dell’Italia sulle principali scene mondiali, senza mai perdere il legame profondo con il territorio e con i valori che lo hanno formato. Oggi, forte di un percorso ricco di successi, delusioni e rinascite, continua a testimoniare quanto lo sport possa essere motore educativo, culturale e sociale.

Frattini, partiamo dall’inizio: il canottaggio è uno sport di grande sacrificio e precisione, qual è l’insegnamento più importante che le ha lasciato, utile anche fuori dall’acqua?

Il canottaggio, soprattutto nelle barche lunghe come l’otto, mi ha insegnato prima di tutto che non si vince mai da soli. La lezione più grande è che l’unione fa la forza e che, per far scorrere davvero la barca – o un’organizzazione – bisogna funzionare come un’orchestra: ogni elemento è chiamato a essere in sintonia perfetta con gli altri. Fuori dall’acqua questo si traduce nella capacità di lavorare in team, mettendo il bene comune davanti all’ego personale. Sono insegnamenti che porto dentro e che ritrovo praticamente ogni giorno anche nella mia vita lavorativa e nei progetti sul territorio.

Ripensando alla sua carriera, c’è una gara o un momento che ricorda più di altri, non tanto per il risultato, quanto per ciò che le ha insegnato?

Senza dubbio il momento che porto più nel cuore è il Campionato del Mondo di Bled del 2011, quando abbiamo vinto l’oro nel “due con” insieme a Vincenzo Capelli e Niccolò Fanchi. Più della medaglia in sé, l’insegnamento profondo è stato capire cosa significhi una preparazione totale: in quel mese di avvicinamento riuscimmo a creare un’amalgama perfetta non solo tra noi in barca, ma anche con tutto lo staff e la direzione tecnica. Tutto funzionava in modo sincrono, come un meccanismo preciso e armonico. Inoltre, quella gara mi ha insegnato il valore dell’essere precursori: fummo tra i primi a lavorare con un mental coach, nonostante lo scetticismo e le battute di alcuni colleghi. Vincere ci ha dato ragione e ha dimostrato a tutto l’ambiente che la forza mentale è un allenamento necessario quanto quello fisico. Quell’oro è stata la prova che, quando unisci visione, apertura al nuovo e armonia di gruppo, il risultato diventa quasi una naturale conseguenza.

Nei momenti decisivi di una gara, quanto contano la forza mentale e la capacità di gestire la fatica rispetto alla preparazione fisica?

Nelle fasi decisive di una gara, la preparazione fisica è il biglietto d’ingresso, ma è la forza mentale che decide chi sale sul podio. In una finale mondiale tutti sono al top dal punto di vista fisico e tecnico, e sono i dettagli a fare davvero la differenza. Quando la fatica diventa estrema, la capacità di gestire lo stress e restare lucidi è ciò che separa un buon atleta da un campione. È la testa che ti permette di dare quel colpo in più proprio quando il corpo ti direbbe di fermarti; è la gestione della fatica che ti consente di trasformare il dolore in performance.

Ogni carriera sportiva è fatta anche di delusioni e battute d’arresto: c’è stato un momento particolarmente difficile da superare e in che modo l’ha trasformato in un’occasione di crescita?

La delusione più grande della mia carriera è stata l’Olimpiade di Londra 2012. Eravamo arrivati con tutte le carte in regola per puntare a una medaglia, ma per una serie di fattori negativi non siamo riusciti nemmeno a entrare in finale. È stato un colpo durissimo: la ferita era così profonda che avevo deciso di staccare, chiudere con l’agonismo e dedicarmi ad altro. Proprio in quel momento di crisi, però, è arrivato il richiamo degli Europei di Varese. L’idea di partecipare a un evento internazionale in casa, sul mio lago, è stata più forte della voglia di mollare. Dopo un periodo di pausa mi sono rimesso ad allenarmi con una motivazione feroce: volevo dimostrare che il risultato di Londra non rispecchiava il nostro vero valore. Quella sfida si è trasformata in uno dei ricordi più belli della mia carriera: davanti al pubblico della Schiranna gremito di amici e conoscenti abbiamo conquistato la medaglia d’argento con l’otto, la mia barca del cuore. Quel podio mi ha insegnato che dalle ceneri di una sconfitta può nascere una rinascita straordinaria, se si ha il coraggio di rimettersi in gioco, fare autocritica e non cercare alibi: un risultato negativo può diventare il motore per ripartire.

Da atleta e da cittadino, quale Lombardia vorrebbe vedere nei prossimi anni? Quali valori e opportunità non dovrebbero mancare?

Come cittadino e sportivo che vive quotidianamente il territorio varesino, sogno una Lombardia che continui a investire con convinzione nello sport come strumento educativo e come motore di sviluppo territoriale ed economico. Non devono mai mancare il senso di comunità e la cultura del sacrificio, le stesse basi sulle quali ho costruito l’intera mia carriera. Vorrei che i nostri laghi e le nostre strutture diventassero sempre più poli di attrazione internazionale, luoghi di eccellenza dove i giovani possano crescere in un ambiente sano e familiare, proprio come è successo a me. La Lombardia deve confermarsi una regione capace di coniugare i grandi eventi, come le imminenti Olimpiadi Invernali, con lo sport per tutti. Il mio auspicio è che questi eventi lascino una legacy profonda: non solo infrastrutture materiali, ma soprattutto un’eredità immateriale che metta lo sport al centro dello sviluppo sociale e culturale della nostra regione, rendendolo un diritto accessibile e non un privilegio per pochi.

Grazie di cuore, Pierpaolo, per aver condiviso con noi il suo percorso, le sue sfide e i valori che la guidano dentro e fuori dall’acqua. La sua testimonianza ci ricorda quanto lo sport possa essere una straordinaria scuola di vita e di comunità. Vi diamo appuntamento alla prossima puntata de “La Lombardia che vorrei”, per continuare a conoscere storie, volti e progetti che ogni giorno contribuiscono a rendere la nostra regione più giusta, coesa e attenta alle persone. A presto!

Posta elettronica: lombardiachevorrei@gmail.com

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