di Massimo Lodi
Eco di voci bisbiglianti. Raccontano che sottotraccia a destra succede questo. 1) Comunque vada il referendum, si lavora alla nuova legge elettorale. Principio ispiratore: il sistema proporzionale. Da discutere con che premio di maggioranza affiancarlo e quale sbarramento, dal tre per cento in su, così evitando che liste di poco ma disturbante conto sottraggano consensi a quelle di superiore standing. Meglio persuaderle a militare in una coalizione. 2) Comunque vada il referendum, si lavora a un anticipo delle politiche, previste nella primavera ’27. Ancora tanti dubbi, però una certezza: va cavalcata l’eventuale onda vincente (successo del Sì nella riforma giudiziaria) e idem l’eventuale onda perdente (affermazione del No) impedendo che accrediti alla sinistra lo spessore competitivo per Chigi sinora mancatole.
Vediamo. A) Cavalcare l’onda vincente. Domanda: perché l’altolà alla legislatura col rischio d’esser tacciati d’incoerenza e brama di superpoteri? Risposta: perché, vinta l’acrimoniosa battaglia delle toghe, resteranno macerie fumanti ovvero l’intenzione dei battuti di vendicarsi ovunque e come possibile, con vita grama dell’esecutivo. Poi: impossibilità di mantenere un sacco di promesse fatte a inizio mandato e sinora disattese. Ancora: zero chance di mettere nelle tasche degl’italiani più soldi con la prossima finanziaria, tantomeno di sgravarli di tasse. Infine: cari saluti alla festa del Pnrr, e quindi obbligata stretta d’investimenti. Senza contare il disagio economico-sociale in crescita e la variabile trumpiana che, impazzendo essa medesima, può far impazzire la prospettiva d’equilibrio di qualunque Paese. Perfino quello dell’Amica Italiana, procurandole un bello spaghetto. Make Amatrician Giorgia Again.
B) Deviare l’onda perdente. La sconfitta referendaria (Sì battuto dal No) diventerebbe memorabile débacle se si concedesse agli avversari, insperatamente trionfanti, il tempo utile a organizzarsi. Trovando, hai visto mai?, l’intesa su pochi essenziali punti d’un programma tuttociccia, scegliendo -alleluia- il leader della compagine, smuovendo dall’inerzia milioni d’astensionisti, diventando di colpo competitivi-virtuosi da competitivi-virtuali, come i sondaggisti han testimoniato nel triennio ’23-‘26. L’affermazione inacidirebbe il litigio al loro interno (crampo largo) sul nome da candidare alla presidenza del Consiglio. E d’una tale impasse guai a non profittarsi, spingendo per il veloce ritorno alle urne. Ciò che fra l’altro chiuderebbe il dibattito sui titolati a far parte della squadra meloniana: dentro tutti, dall’ex underdog all’ex parà, mancando la persuasiva ratio d’estromettere Vannacci in una partita in cui tutti saranno indispensabili a vincere, non potendosi alcuno concedere di perdere.
Eco di voci bisbiglianti. Raccontano che sottotraccia a destra c’è vita per non morire una volta ancora di quirinalite. Traduzione: necessitano truppe parlamentari (Camera più Senato) di forza autosufficiente a nominare nel ’29 il successore di Mattarella. Si chiama azione preventiva: in un’epoca di biblici livori, oportet ut (conviene) schierarle tramite elettivo blitz popolar-populista, una specialità in cui i partiti di vecchio conio erano da medaglia d’oro. Chissà i nuovi, oggi in pista grazie a pochi loro meriti e tanto, tantissimo menefreghismo degl’italiani. Di cui metà non votano e piagnucolano. Misteriosa deroga al chiagne e fotte. Qui siamo al chiagne e fatti fottere. E non sottotraccia: sopra le righe. Ma che storia stiamo scrivendo?
