di Massimo Lodi
Tutto il potere ai partiti, anzi ai loro capi e infine al capo dei capi ovvero al commander in chief d’alleanza, se passerà la nuova legge elettorale. Niente preferenze, listini bloccati, leader (ras) che decidono gli accolti/accòliti in Parlamento, mettono per iscritto nel programma comune il nome del candidato premier e mirano a un maxi-premio di maggioranza. Se d’una certa consistenza, il regalone autorizzerebbe a dominare. Non a governare: a dominare.
Lo Stabilicum (la legge si chiama così, perché assicurerebbe stabilità. O forse perché il futuro lo stabiliscono pochi lor-padroni?) prevede, ad esempio, che col 45 per cento dei voti si conquisti il 55 per cento degli scranni a Montecitorio e Palazzo Madama, e col 50 si arrivi al 60. Soglia chissà se accettabile dalla Corte Costituzionale che bocciò l’Italicum di Renzi (2016) a causa dell’eccessiva generosità del meccanismo di consenso. Machiavello, last but non the least, finalizzato a esercitare i pieni poteri nell’eleggere presidente della Repubblica, giudici della Consulta, componenti del Consiglio superiore della magistratura. Mica paglia. E invece fuoco ustionante: la maggioranza sarebbe in grado d’indicare senz’intralci gli organi di garanzia dello Stato. Garanzia? Ma dai.
Mica paglia anche la storia del no-preferenze. Segretari di partito e codazzi istituzionali sono ripetitivi fino alla noia nel lamentare il menefreghismo dei compatrioti: van sempre di meno alle urne, interessàti poco o punto alla vita pubblica, provvisti di coscienza civile pari a zero. Ammesso che l’analisi sia condivisibile: cosa si fa per invertire il trend? Si aumenta o si diminuisce la chance dei rappresentati d’incidere sulle scelte dei rappresentati? Si aumenta, naturalmente. E invece no. Si diminuisce, realisticamente.
Vien ribadita l’idea sovrana (sovranista?) che i nominati dall’alto siano meglio dei prescelti dal basso. Pronostico, sul quale scommettere a occhi chiusi: il basso manderà al diavolo l’alto. Ovvero: astensionismo in crescita, preso atto che un Parlamento selezionato da pochissimi indirizzerà i destini dei moltissimi uomini-qualunque della nazione (17 milioni di no-voto alle ultime politiche, 26 alle ultime europee). Con lo spirito repubblicano che va a farsi benedire, iniziando da quello aleggiante sul Quirinale: infilare il nome del candidato premier -pur se a titolo di “elemento di trasparenza dell’offerta politica”- nel programma di coalizione, equivale a sottrarre una prerogativa al capo dello Stato.
E d’altra parte l’obiettivo principale/finale dello Stabilicum che ci fa traballare l’anima è proprio di raggiungere quel soglio lì, la residenza più autorevole dell’italianità. Se tutto fila secondo i piani, Meloni nel ’29 potrà trasferire sé stessa da Chigi al Colle, scegliendosi il sostituto da collocare al vertice dell’esecutivo. Se non fila, significherà che un miracolo è avvenuto a sinistra: Schlein e Conte han trovato la quadra su chi, tra loro due o extra loro due, avrà l’onore/onere d’essere il candidato del campo largo a sfidare l’ex underdog nella partita per la presidenza del Consiglio. Ma quel momento sembra ancora di là da venire: a sinistra protestano contro la riforma elettorale, e però evitano di riformare sé medesimi. Passando dal farsi la guerra al mettersi la coscienza in pace: li dovrebbe soccorrere il ricordo che nel ’22 la destra vinse perché la sinistra si divise, Pd e M5S, protagonisti della sciagura. Dunque, alé: forza con le primarie e chiudetela lì. Se Elly è di rango-pop superiore a Giuseppi, che Giuseppi la pianti d’ostacolare Elly. E se no, avanti col tertium datur, il federatore. O la federatrice. Tipo Silvia Salis, sindaca di Genova.
