di Giorgio Cappellini
CARDANO AL CAMPO – In un mondo sempre più orientato alla guerra e alla violenza, «la carità e la fede possono essere un faro per i giovani». Sono i valori su cui invita a riflettere don Aldo Mascheroni, responsabile parroco della parrocchia di Sant’Anastasio di Cardano al Campo. Con la speranza di rendere il mondo più umano e fraterno.
Don Aldo Mascheroni, secondo lei perché oggi molti giovani fanno fatica ad avvicinarsi alla fede?
«Penso che questa domanda ci ponga di fronte a un altro quesito fondamentale: che cosa pensano i giovani della fede? A mio parere c’è un’idea sbagliata sulla fede, nel senso che molti ritengono che credere sia una sorta di adeguamento a un codice di comportamento, fatto di doveri e di divieti. In realtà la fede è una relazione d’amore, è corrispondenza a un amore gratuito e disinteressato che ci precede, è l’incontro con la persona di Gesù che, come ci insegnano tante pagine del Vangelo, è un incontro che ti cambia la vita e ti riempie di gioia».
Come possono i giovani della parrocchia vivere la carità nella vita di tutti i giorni?
«Certamente la fede non è una questione intimistica e spiritualistica. Ma è una questione di vita che trova nella carità la sua espressione più alta. L’apostolo Giovanni nella sua prima lettera scrive espressamente: Come puoi amare Dio che non vedi se non sai amare il fratello che vedi? La carità non è fatta di pie esortazioni ma di gesti concreti. Per cui un giovane, superata la tentazione dell’indifferenza e del volgere lo sguardo dall’altra parte, può vivere la carità nel quotidiano con gesti di attenzione, di cura, di premura, a partire dalle persone che incontra nei diversi ambiti di vita. Questi gesti possono essere l’ascolto dell’altro, la cura di non usare parole che possono ferire, prestare piccoli servizi in famiglia o a favore di persone in difficoltà».
Quale ruolo può avere la parrocchia nell’aiutare i giovani a scoprire l’importanza della carità e dell’aiuto verso gli altri?
«La parrocchia può avere un ruolo fondamentale, sensibilizzando a partire dall’ascolto del Vangelo e dalla catechesi. Ma soprattutto attraverso la testimonianza di persone che vivono il servizio gratuito come la forma concreta dell’amore cristiano».
Ci sono attività o esperienze di volontariato nella parrocchia che possono aiutare i giovani a vivere concretamente la fede?
«Penso in particolare a forme diverse di volontariato: anzitutto l’ambito educativo, dare del tempo per l’educazione dei ragazzi, degli adolescenti attraverso la catechesi, l’oratorio con le sue diverse e creative iniziative, l’attività sportiva. Poi, l’ambito più propriamente caritativo di chi si occupa concretamente dei bisogni delle famiglie e della gente come la Caritas e la San Vincenzo attraverso il sostegno con alimenti e abiti. Il vero senso e scopo della carità non è propriamente quello assistenziale, ma è quello di incontrare le persone e sostenerle perché nei momenti di difficoltà sappiano trovare le risorse per riscattarsi e non perdere la propria dignità».
Qual è un piccolo gesto di carità che ogni giovane potrebbe iniziare a fare già da oggi?
«Come dicevo è avere uno sguardo del cuore che sa farsi carico dei bisogni di chi gli sta vicino, sapendo che per un cristiano la carità non è semplicemente filantropia ma è la capacità di vedere nell’altro il volto stesso di Cristo. Un gesto concreto può essere il sostenere un compagno di scuola o di lavoro in difficoltà. Oppure accorgersi dell’anziano vicino di casa che soffre la solitudine e che a volte ha bisogno di un po’ di compagnia o di qualcuno che gli presti ascolto».
Come può la comunità parrocchiale coinvolgere di più i giovani nelle attività di solidarietà e aiuto agli altri?
«Credo che la comunità parrocchiale debba saper essere prima di tutto, per un giovane, una famiglia accogliente, in cui ciascuno si senta a proprio agio. Ma soprattutto una comunità attraente, perché vive la fraternità come regola fondamentale sostenuta da una testimonianza autentica e coerente».
In un mondo in cui ci sono ancora tante guerre, come possono i giovani vivere la fede attraverso gesti di carità e di pace verso gli altri?
«Alla follia della guerra, che porta solo morte e distruzione, la fede ci invita a fare una considerazione fondamentale: chi sono gli altri? Non sono dei nemici da eliminare, ma sono fratelli e sorelle da accogliere e amare. Questa prospettiva di fratellanza universale sta a fondamento della vera pace. Per costruire la pace occorre mettere da parte il proprio egoismo e il proprio orgoglio che va cercando l’interesse personale ad ogni costo calpestando gli altri. Un giovane può vivere gesti di carità e di pace rispettando gli altri nella loro diversità, favorendo sempre il dialogo, coltivando l’umiltà di riconoscere i propri errori e avendo il coraggio di accettare e donare il perdono. Come dice Gesù nella pagina delle beatitudini: “Beati gli operatori di pace perché saranno chiamati figli di Dio”. Noi in quanto figli siamo chiamati a essere trasparenza del Padre che dona la vita per tutti, che si fa solidale con tutti, che si mette a servizio di tutti, cioè siamo figli del Dio che è Amore».
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