MILANO – L’orrore che ha segnato l’esistenza di Pamela Genini sembra non voler trovare un confine, nemmeno oltre la soglia della morte. Lunedì 23 marzo, nel cimitero di Strozza, il corpo della modella ventinovenne è stato oggetto di una profanazione che ne ha violato l’integrità fisica e la memoria, attraverso la sottrazione del corpo poi decapitato. La scoperta è avvenuta mentre la salma era in attesa di essere spostata nella cappella di famiglia, rivelando un atto di violenza postuma che aggiunge un carico di inspiegabile crudeltà a una vicenda già profondamente tragica. La notizia, diffusa giovedì 26 marzo dal programma condotto da Gianluigi Nuzzi su Canale 5, ha fatto partire nuove indagini dei carabinieri.
Il delitto
A uccidere Pamela è stato l’ex compagno 52enne Gianluca Soncin, attualmente detenuto a San Vittore, il 15 ottobre scorso. In quella data, Pamela Genini era stata colpita ventiquattro volte nell’appartamento milanese di via Iglesias, un luogo che avrebbe dovuto rappresentare il suo spazio di autonomia e che invece è diventato la scena finale di un percorso segnato da minacce e sorveglianza. L’accesso ottenuto tramite chiavi sottratte segretamente e l’aggressione avvenuta mentre la giovane cercava conforto nel dialogo con un legame del passato descrivono una dinamica in cui ogni tentativo di distacco veniva percepito come una sfida intollerabile alla volontà dell’altro.
L’incubo prima del delitto
Le testimonianze dei mesi precedenti al delitto restituiscono l’immagine di una donna che cercava faticosamente di riappropriarsi della propria vita, nonostante il peso di lividi documentati e il controllo ossessivo su ogni aspetto del suo quotidiano, dal conto corrente agli spostamenti. La violenza che si è abbattuta su di lei a Milano, e che oggi sembra trovare un’eco sinistra nella profanazione della sua tomba a Bergamo, toglie il fiato.
