Le televisioni. La televisione. Tele Meloni. Tele Bruno Vespa. Non c’è bisogno di un’analisi per comprendere qual è lo stato della Tv italiana, generalista, senza una vera anima, schieratissima. C’è chi strizza l’occhio alla sinistra, chi ammicca, e anche di più, alla destra. Non raccontiamoci la favola del mago, tutte, chi più chi meno, vestono una casacca politica. Ma la Rai, bè, la Rai svetta sulle altre. Tele Bruno Vespa, si diceva. Tv pubblica organica al governo con i soldi dei contribuenti. E con Vespone che s’inalbera in diretta nella “sua” Porta a Porta di giovedì 9 alla battuta di un parlamentare del Pd, Giuseppe Provenzano. Sottolineatura forse inopportuna nella circostanza (“Lei, Vespa, dovrebbe andare a sedersi da quella parte”, cioè accanto agli ospiti di centrodestra della trasmissione) quanto vera nella sostanza.
Se così non fosse, non ci sarebbe stato bisogno dello sclero (“Non deve permettersi, stia zitto”) davanti a milioni di telespettatori, sempre che siano ancora milioni coloro i quali, a tarda sera, assistono ai predicozzi pro Meloni dell’immarcescibile giornalista, che, anno dopo anno, occupa il piccolo schermo. Indossando una casacca, anzi, senza preoccuparsi di apparire arruolato dalle truppe meloniane. Non avrebbe avuto bisogno di alzare la voce perché, se non ci fosse nulla di scorretto nel suo comportamento professionale, avrebbe potuto replicare con un’altra battuta o, addirittura, con una spiazzante risata. Si sa, se solo ti sfiorano il nervo scoperto salti per aria. Appunto.
Bruno Vespa è il giornalista che più di altri ha messo radici in Rai sulla spinta politica. E resiste nel tempo e alle sceneggiate come quella dell’altra sera, che per altri suoi colleghi meno illustri provocherebbe all’istante un intervento sanzionatorio dei vertici dell’azienda. O fors’anche dell’Ordine dei giornalisti, pronto a indignarsi per questioni molto meno importanti, ma lontane dall’influenza dei partiti, soprattutto da quelli che muovono le leve del comando. E gestiscono le lottizzazioni.
Da anni si parla di una revisione profonda del sistema radiotelevisivo pubblico, dentro il quale tutti mettono o vorrebbero intingere le mani: di partiti senza macchia in questo settore non ne conosciamo ancora. Siccome al sistema fa comodo così, si finisce al massimo per chiacchierare e ci si arrabbia a seconda delle circostanze e di chi, in quel momento, contiguo o addirittura organico a un qualche gruppo di potere, è al centro della polemica. Per il resto, muti, rispetto a un mondo dell’informazione dove le regole valgono in base alle opportunità. E il pluralismo, invocato, rincorso, vagheggiato, è soltanto una finta. Come ha plasticamente dimostrato il signor Vespa Bruno agitando il dito indice sotto la faccia di Giuseppe Provenzano, manco fosse colpevole di vilipendio.
Ps. A proposito, il Pd ha espresso solidarietà e ha condannato la reazione “inaccettabile” del conduttore nei confronti di Provenzano. Fratelli d’Italia e altri esponenti del centrodestra hanno invece fatto quadrato attorno a Vespa, definendolo “baluardo indiscusso di pluralismo”. E Vespa? Ha commentato di avere ricevuto la “più grave delle offese a un giornalista”. Infine, il sindacato dei giornalisti Rai ritiene “inaccettabile che i vertici dell’azienda garantiscano a Bruno Vespa uno status di intoccabile”. Insomma, un polverone dentro il quale tutti ritengono di avere ragione. Ma forse tutti hanno anche torto.
