Early Schlein, la metamorfosi nazional-popolare

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Elly Schlein

di Massimo Lodi

La destra va in pezzi e la sinistra cosa fa? Cerca d’andarci essa pure. Sconfitte interne (referendum) e difficoltà internazionali (resistenza del trumpismo, caduta dell’orbanismo) inguaiano Meloni & friends, costretti a riscrivere l’ultimo capitolo della legislatura: altri titoli, altri capoversi, altri ballon d’essai. C’è da rabbonire e imbonire, sussistendo la paura che gl’italiani dormienti, e in parte svegliatisi alla chiamata sulla giustizia, si levino dal letargo punendo chi predicava cambiamento epocale e ormai prega che gli vada bene al prossimo riscontro popolare. Nulla di più.

Di fronte a simili ambasce, ci sarebbe da offrire un’alternativa di pensiero/azione bell’è pronta. Ovvero: pur se le legislative sono lontane, autunno ’27, vale dimostrare attitudine alla pugna, qualora un accidente qualsiasi la ravvicinasse di colpo. E dunque: coalizione progressista dotata d’un programma snello, pratico, comprensibile, rispondente all’esigenza economico-sociale dell’attualità. E dotata d’un leader che riassume in sé l’anima collettiva: il primus inter pares scelto in totale persuasione del ruolo. Persuasione del primus e persuasione dei pares. Significa: 1) addio alle primarie, strumento del doloroso autolesionismo di massa; 2) dibattito aspro e persino feroce tra i capibaston-partito, e però con l’epilogo netto della scelta nominale; 3) interpretazione del nuovismo cui aspira una quota importante degli astensionisti infine convintisi a uscire dalla pigrizia. Come dimostrato quando gli ha preso l’ira verso una destra determinata a modificare la Costituzione senza che alcuno vi potesse metter dito, e figuriamoci mano.

Chi può rendersi testimone d’un tale nuovismo, rappresentandolo o al meglio o tutt’al più al meno peggio, tramite apertura verso i desiderata circolanti, spirito di servizio, visione strategica? Il Pd ha in Schlein la carta buona da calare. Superate le perplessità d’avvio mandato, è riuscita a cucire il campo largo (testardamente unitaria) in diversi cimenti amministrativi, ottenuto successi-boom, fatto crescere i Dem e l’alleanza. Obiettarvi perché priva d’esperienza di governo, è l’ultimo dei rilievi che dovrebbe muovere Conte, divenuto presidente del Consiglio quand’era un signor nessuno, e replicatosi nella funzione quand’era qualcuno, ma scelse con nonchalance di capitanare una squadra di segno politico opposto a quella in precedenza guidata. Perciò si fatica a capire quali remore impediscano al Pd di sostenere con forza l’idea che l’alternativa a Meloni altri non sia -scartata l’ipotesi d’un federatore di carisma, inesistente salvo sorpresissime- che il leader avversario investito del maggior consenso.

A latere: proprio un paio di giorni fa, intervenendo alla Camera a difesa di Giorgia attaccata da Donald, la Signora del Nazareno ha giusto assunto una postura statual/nazionale evitata dai suoi coéquipier. Dai quali non è stata vista arrivare (ormai è un classico), e dei quali s’è dimostrata più sveglia nel cogliere l’attimo storico. Da Elly Schlein a Early Schlein, ecco la metamorfosi che sancisce (potrebbe sancire) l’inseparabilità d’una carriera politica da una carriera istituzionale. O magari no. Perché a sinistra son specialisti a farsi del male anche quando gira bene.

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