Fascisti, antifascisti, afascisti. E Mattarella

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Come tutti gli anni si accende il clima per il 25 Aprile, data che ricorda la Liberazione dal nazifascismo. E c’è sempre chi cerca la contrapposizione, se non per buttarla in caciara per deviare l’attenzione dai problemi reali. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, seconda autorità dello Stato, ripropone l’opportunità di rendere omaggio anche ai caduti della Repubblica di Salò.

Il rispetto per i morti è un atteggiamento che prescinde dalle appartenenze, ci mancherebbe altro. Però c’è un però, una differenza morale, se così vogliamo dire, tra chi ha perso la vita dalla parte giusta e chi dalla parte sbagliata. Tra chi lottò per la causa della Libertà e chi cercò di negarla schierandosi addirittura con Hitler. Ci sembra una discriminante decisiva, dalla quale non si dovrebbe prescindere. Ma abitiamo in un Paese che non ha ancora fatto i conti con la propria storia. Alla ricerca di una memoria condivisa senza essere nelle condizioni ideologiche per arrivarci. Nella società e, soprattutto, nella politica, ci sono molti, comprese le più alte cariche, che non riescono nemmeno a dichiararsi antifascisti. Al massimo, affermano, si sentono afascisti, cioè in una condizione di equidistanza tra Resistenza e fascismo, un’indifferenza che nasconde qualcosa di più profondo e di inespresso.

Parlare del ritorno del Ventennio è eccesivo e anacronistico. Ma questo non esime gruppi o singoli di richiamarsi all’orbace e al manganello. I raduni a Predappio, paese natale del Duce, il saluto romano, certe manifestazioni di ostentata adesione all’idea mussoliniana non possono essere confuse con il folclore. Non più tardi di alcuni giorni fa, La Prealpina, storico giornale varesino, dedicando una paginata a un’ iniziativa gastronomica (e di propaganda) dei Do.Ra., nota associazione estremista di Azzate, ha riportato senza fare un plissé una frase emblematica di questi signori: “Non siamo un gruppo di destra o di estrema destra, siamo un gruppo di fascisti o di aspiranti tali”. Dichiarazione che non è passata inosservata sui media nazionali e ha provocato l’indignata reazione dell’Anpi. “Siamo fascisti”. E forse di più, un video della sede del gruppo mette in bella mostra “uno dei simboli di riferimento”: un’enorme svastica.

Dobbiamo preoccuparci, proprio nel giorno della Liberazione? La domanda è retorica, la risposta è scontata. Siamo in provincia di Varese, in giro per l’Italia quanti epigoni dei Do.Ra. si muovono con gli stessi intendimenti promozionali?  Non serve arrivare fino agli estremi, basta guardare a certe amministrazioni civiche anche del territorio  che organizzano commemorazioni istituzionali del 25 Aprile con malcelato fastidio, limitandosi al minino sindacale per non riaccendere i fuochi della polemica. Che spesso diventa inevitabile.

La chiosa è del  presidente Sergio Mattarella, quando al Quirinale, ricevendo le associazioni d’arma e combattentistiche, a garanzia che il 25 Aprile è la festa di tutti, ha detto: “La lotta di Liberazione è una delle pagine fondanti della storia repubblicana. Essa segna il riscatto morale e civile di un popolo che, nella Resistenza, espresse la forza e la capacità di affermare i valori di libertà, giustizia, pace, democrazia”. Valori enunciati con fermezza dalla Costituzione.

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