Omicidio Ravasio, le difese: «Ferretti soggiogato». Lavezzo «non aderì al piano»

BUSTO ARSIZIO – Davanti alla Corte d’Assise di Busto Arsizio prosegue il processo per l’omicidio di Fabio Ravasio, il 52enne di Parabiago ucciso il 9 agosto 2024 in un agguato simulato come un investimento stradale da parte di un pirata della strada. Nel corso dell’udienza, le difese di Fabio Lavezzo e Massimo Ferretti hanno cercato, per Lavezzo, di smontare l’impianto accusatorio della Procura, che per l’imputato ha chiesto l’ergastolo, e per Ferretti, di sottolineare non solo la collaborazione alle indagini da parte dell’uomo ma anche il suo stato di prostrazione dopo essere stato manipolato.

Non aderì al piano criminale

I legali di Fabio Lavezzo hanno definito il procedimento «fortemente indiziario» e caratterizzato da una «frammentarietà probatoria», sostenendo che non vi siano elementi sufficienti per dimostrare il coinvolgimento dell’imputato nell’organizzazione del delitto. Secondo l’accusa, coordinata dal pm Ciro Caramore, Lavezzo avrebbe avuto il ruolo di “palo” durante l’agguato. La difesa ha invece sostenuto che l’uomo non aderì mai realmente al piano criminale e che, nei momenti decisivi, non avrebbe fornito alcun segnale relativo agli spostamenti della vittima. Gli avvocati hanno inoltre contestato le prove tecniche raccolte dagli investigatori, richiamando i dati delle celle telefoniche che collocherebbero Lavezzo a Casorezzo al momento dell’omicidio e parlando di possibili anomalie informatiche nella raccolta dei dati di geolocalizzazione. Criticate anche le testimonianze di chi avrebbe visto un furgone bianco nei pressi del cimitero di Casorezzo.

Ferretti soggiogato

Al centro del processo resta la figura di Adilma Pereira Carneiro, 50enne brasiliana e compagna della vittima, ritenuta dagli inquirenti la mente del delitto. In aula, la difesa di Massimo Ferretti — ex barista ed ex amante della donna — ha descritto Pereira Carneiro come una persona «furba» e «scaltra», capace di manipolare chi le stava vicino fino a coinvolgere otto persone nell’omicidio. Secondo l’avvocato Debora Piazza, Ferretti sarebbe stato progressivamente soggiogato dalla donna, che avrebbe individuato le sue fragilità emotive fino a portarlo a perdere completamente lucidità.

La dipendenza psicologica

La legale ha ricostruito la relazione tra i due parlando di una vera e propria «discesa all’inferno» iniziata con un incontro casuale in un bar e degenerata in una dipendenza psicologica alimentata anche dai “riti magici”, più volte richiamati nel corso del dibattimento, posti in essere da Pereira sacerdotessa della religione afrobrasiliana candomblè. La difesa ha inoltre respinto l’immagine di Ferretti come ideatore del delitto, sostenendo che l’uomo non avrebbe mai preso iniziative autonome ma avrebbe agito sotto la forte influenza della donna.

Incapace di opporsi all’omicidio

Secondo la ricostruzione difensiva, Ferretti sarebbe stato a sua volta una «vittima designata» della cosiddetta “mantide di Parabiago”, incapace di opporsi a un disegno criminale orchestrato da Pereira Carneiro. La difesa ha infine chiesto il riconoscimento delle attenuanti, sottolineando la collaborazione fornita dall’imputato agli investigatori, il suo stato psicologico fragile e il percorso di consapevolezza intrapreso dopo il delitto, culminato nella richiesta di accesso alla giustizia riparativa.

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