BUSTO ARSIZIO – «Non c’è dubbio che dall’istruttoria dibattimentale sia emerso un quadro probatorio chiaro: è esistito un sodalizio criminale che ha ideato, pianificato ed eseguito l’omicidio di Fabio Ravasio, con ruoli ben definiti per ciascun imputato». È quanto sostenuto dagli avvocati Vincenzo Montalbano e Francesco Arnone, i legali che assistono i genitori della vittima, Fabio Ravasio, Mario Ravasio e Anna Maria Trentarossi, e il cugino, Giuseppe Ravasio.
Disprezzo per i diritti civili
Il processo è quello che vede alla sbarra Adilma Pereira Carneiro, compagna di Ravasio all’epoca dell’omicidio e secondo gli inquirenti “regista” del delitto, insieme agli altri sette imputati. «Una donna- hanno detto gli avvocati di parte civile – che ha dimostrato di dispezzare i diritti altri e ogni legge in tutto il suo percorso di vita»
Il movente economico
Al centro della ricostruzione accusatoria la figura di Adilma, indicata come l’ideatrice del piano criminale. Secondo la parte civile, il movente sarebbe stato esclusivamente economico: impossessarsi dell’eredità facendo risultare falsamente i suoi ultimi figli gemelli come figli di Fabio Ravasio, per poter accedere in futuro anche al patrimonio della famiglia della vittima.
Manipolatrice e incline all’inganno
«È stata lei a mettere a disposizione il mezzo, a falsificare la targa, a reclutare i partecipanti e a verificare che Fabio salisse su quella bicicletta per l’ultimo tragitto della sua vita – ha sostenuto il legale, descrivendo la donna come una figura manipolatrice, incline all’inganno e priva di qualsiasi forma di rimorso».
Nel corso dell’intervento, la parte civile ha insistito sul comportamento tenuto dall’imputata dopo il delitto: «Il suo primo pensiero non è stato il dolore o il pentimento, ma far sparire l’auto, costruire una versione alternativa dei fatti e portare avanti le pratiche avviate insieme al compagno».
La donna è stata descritta come una persona «capace di manipolare la realtà e sfruttare le debolezze altrui – ma la parte civile ha respinto con forza l’idea che gli altri imputati fossero stati in qualche modo soggiogati – Nessuno è stato manipolato. Tutti sapevano perfettamente cosa stavano facendo e tutti hanno aderito consapevolmente al progetto criminoso. Il movente era economico per tutti».
Le macumbe e il Medioevo
Un passaggio dell’arringa è stato dedicato anche ai riferimenti a riti religiosi e presunte “macumbe” emersi durante il processo. «Abbiamo sentito parlare di religione e superstizione, ma il Medioevo è finito da tempo. La religione è stata usata come uno specchietto per le allodole», ha affermato il legale, sostenendo che nessuno degli imputati abbia mai mostrato segni di reale pentimento.
Il bacio di Giuda
Secondo la parte civile, la collaborazione con gli inquirenti sarebbe arrivata soltanto quando le prove investigative hanno iniziato a stringere il cerchio attorno agli imputati. «Finché non sono emerse evidenze probatorie, nessuno si è presentato spontaneamente dai carabinieri».
Tra i passaggi più duri anche il riferimento al “bacio di Giuda” con cui Adilma avrebbe salutato Fabio Ravasio poco prima della morte. Il legale ha poi richiamato il comportamento tenuto nei confronti della famiglia della vittima: «I genitori non sono stati nemmeno avvisati subito. Quando sono arrivati, Fabio era già morto. È mancata qualsiasi forma di pietà e di rispetto umano».
La manipolazione dei figli
La parte civile ha inoltre ricordato episodi ritenuti particolarmente significativi, come il tentativo di far sentire in colpa i genitori della vittima attraverso riferimenti ai bambini e il presunto utilizzo di un capello di Ravasio per sostenere la falsa paternità dei gemelli.
«Tutti avevano un interesse personale, tutti hanno partecipato consapevolmente. Solo dopo, davanti alle prove, hanno cercato di attenuare la propria posizione. È umano, ma non è la verità», ha concluso il legale.
La parte civile ha quindi chiesto il riconoscimento integrale dei danni subiti dai familiari della vittima, domandando l’applicazione del massimo previsto dalle Tabelle di Milano e l’adeguamento della provvisionale, sottolineando «l’enorme sofferenza di una famiglia alla quale è stato tolto perfino il diritto di salutare il proprio figlio per l’ultima volta».
Durante l’udienza non sono mancati momenti di forte tensione emotiva: Trentarossi è scoppiata in lacrime, mentre Adilma ha reagito scuotendo più volte la testa. Al termine dell’arringa, la parte civile ha chiesto la condanna di tutti gli imputati.
