VISTO&RIVISTO Un capolavoro che non lascia respiro

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di Andrea Minchella

VISTO

BACKROOMS, di Kane Parsons (Stati Uniti- Canada 2026, 110 min.).

Al di là del gigantesco (e per me totalmente ignoto) fenomeno delle “Backrooms” che impazza sul web da diversi anni (e di cui il giovanissimo Kane Parsons ne è stato protagonista fin da quando aveva poco più che quindici anni) questo film si presenta subito come un progetto inedito e potentemente deflagrante. Ho guardato “Backrooms” senza sapere, appunto, che il tema centrale fosse qualcosa che molti, milioni, di giovani-digitali conoscono e alimentano sul web da anni. Anche ignorando il fenomeno “creepypasta” in questione, il film di Kane Parsons si mostra per quello che è, e cioè un angosciante e claustrofobico viaggio minimale nei meandri ancora sconosciuti del cervello umano e della sua capacità misteriosa di generare immagini, ricordi e sensazioni che la scienza moderna non è ancora in grado di spiegare.

“Backrooms” comincia subito proiettandoci violentemente in un luogo non definito in una soggettiva asfissiante di una videocamera VHS di un individuo, probabilmente un tecnico di qualche cosa, che sembra essere rimasto intrappolato in una sorta di grande albergo abbandonato mentre stava svolgendo forse una ricerca su qualche cosa. Questa incertezza e poca chiarezza sulla vicenda ci trascina in uno stato emotivo sospeso alimentato da ciò che vediamo grazie all’inquadratura della videocamera: una serie di spazi vuoti illuminati da grandi luci gialle al neon. Questo basta a renderci svuotati e impgauriti perché ora la paura non proviene più dal buio e da ciò che non possiamo vedere, ma, al contrario, da stanze vuote gigantesche, una dopo l’altra, in cui la moquette e la carta da parati vengono illuminate da enormi pannelli al neon che ci mostrano l’indefinibilità dello spazio e del tempo.

Solo questo inizio vale tutto il film che si snoda tra pochi personaggi, la psicologa Mary Kline e il suo paziente Clark, e sulla loro esperienza trascendentale in quei luoghi asfissianti e labirintici che compongono, appunto, le “Backrooms”. Queste “Backrooms” ci appaiono subito come un luogo parallelo al mondo che viviamo che può assumere vari significati a seconda di chi lo guarda e di chi ci capita dentro. Il modo di costruire questi spazi da parte del giovanissimo regista fa pensare al labirintico e opprimente cervello umano che rimane ancora oggi un gigantesco mistero agli occhi della scienza. I ricordi, le sensazioni, le immagini della nostra vita vengono custoditi in spazi sconosciuti del nostro cervello e possono subire trasformazioni in base a ciò che il nostro subconscio gli ordina di fare. La mutazione di ricordi o di sensazioni, magari del nostro passato in cui eravamo bambini, creano immagini e scenari che sono solo frutto della nostra immaginazione, ma che riteniamo veri e vissuti.

E così anche le persone che abbiamo conosciuto o incontrato vivono nella nostra memoria come delle proiezioni mutanti che trasformano in continuazione il ricordo che abbiamo di loro e del nostro rapporto con loro. Parsons dunque trasforma in un film ciò che per alcuni anni ha seguito su Internet come la leggenda metropolitana delle “Backrooms” intesa come la foto (pubblicata in rete) di un luogo/non luogo su cui ognuno poteva scrivere ciò che sentiva o provava guardando quell’immagine, spesso di un grande magazzino abbandonato, di una grande stazione di pullman vuota, di un edificio adibito ad uffici in orario di chiusura o di un corridoio lunghissimo, male illuminato, la cui fine si confondeva con il buio profondo.

Milioni di utenti hanno cominciato a scrivere commenti sotto queste foto postate un po’ per caso da chiunque, dando vita ad un fenomeno gigantesco in cui Parsons ha potuto realizzare dei piccoli cortometraggi che avessero come spunto narrativo proprio questi luoghi misteriosi che possono essere raggiunti, sempre secondo la leggenda digitale, attraverso delle “porte” che permettono l’attraversamento di un muro per raggiungere questi “non” spazi.“Backrooms” fa parte di un fenomeno senza il quale rimane comunque una pellicola suggestiva e onesta in cui la grammatica cinematografica, da Kubrick a Peele, da Lynch a Spielberg, fino a Lanthimos, diventa linfa vitale e struttura portante di un viaggio ossessivo e terrificante realizzato da un ragazzo di vent’anni che haben chiaro cosa vuol dire fare cinema senza compromessi né pregiudizi. Da vedere.

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RIVISTO

AL DI LA’ DEI SOGNI, di Vincent Ward (What Dreams May Come, Stati Uniti 1998, 113 min.).

Un suggestivo e tormentato viaggio nei sogni di un uomo che muore e rivive nei dipinti della moglie. Un’atmosfera “dantesca” in cui uno strepitoso Robin Williams viene accompagnato nei meandri della mente e dei ricordi. Onirico e poetico.

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