Busto capoluogo bis, oltre le illusioni

busto varese capoluogo
Villa Recalcati, sede della Provincia di Varese

Atavica frustrazione di una città, Busto Arsizio, che da sempre soffre la sudditanza da Varese. Una città che voleva e vuole diventare capoluogo di provincia, che da decenni sgomita per ottenere l’autonomia e che ora, in mancanza di risultati su questo versante, gioca un po’ al ribasso, pronta a condividere il titolo istituzionale con la Città giardino. Un risarcimento ideale dopo mille battaglie prive di sbocchi, ma soprattutto la possibilità di accedere ai benefici economici e normativi propri dei capoluoghi di provincia. Per questo, la proposta di legge dell’ex ministro Francesco Speroni e del consigliere comunale leghista Simone Orsi, con il sostegno parlamentare di Manuela Maffioli, va oltre le passate velleità politiche e di campanile che hanno tenuto banco nella Prima Repubblica.

Un’epoca di fitti dibattiti e iniziative finite nel più classico dei nulla di fatto. I motivi? Tanti, dalle diffidenze dei centri che avrebbero dovuto far parte del nuovo ente provinciale (Legnano, Gallarate, Saronno) a una classe politica locale che, giocando sporco tra le aspettative di Busto e le contrarietà manifeste di Varese, non l’ha mai spuntata, al contrario di altri territori che invece hanno goduto della moltiplicazione degli enti (e dei posti). Basterebbe rileggere “La casta”, il libro di Gian Antonio Stella e Sergio Rizzo, per toccare con mano cosa mai è accaduto in giro per il Paese, al Sud e nelle Isole. Addirittura la nascita di Comunità montane al livello del mare!

Busto rimase al palo persino al tempo del Bossi-pensiero imperante, quando la Lega aveva potere in quel di Roma e avrebbe potuto incidere nella mappa geo/istituzionale del Varesotto e dell’Alto Milanese. Però questo è un altro discorso, che non piace a chi, in quegli anni, aveva nelle mani la barra del comando e dovette fare i conti con i do ut des del momento.

Tant’è. Oggi Busto Arsizio torna alla carica con un progetto condivisibile nel merito, sicuramente percorribile con l’apporto di altre località italiane con le stesse esigenze del doppio capoluogo, ma arrivato in coda alla legislatura, destinato a perdersi nei meandri di Montecitorio e del Senato, almeno fino alla prossima volta. Una proposta sormontata da ben altre priorità legislative e da incombenze parlamentari che mettono in coda esigenze di minore peso generale. Tra l’altro con l’istituto delle province depotenziato dalla Delrio, attorno alla quale si prospetta fin dal referendum di Renzi, clamorosamente bocciato dai cittadini, il ritorno agli originali poteri e funzioni, con il ripristino del doveroso diritto di voto ai cittadini.

Si sa però come vanno certe questioni, quando la politica non le vuole affrontare, le lascia lì, le dimentica in favore di altre opportunità ad essa più congeniali. Figurarsi l’accoglimento delle frustrazioni bustocche, perse nella notte dei tempi dal Dopoguerra in poi. Insomma, non illudiamoci, anche se è già partito il cinema della classe dirigente locale che intravede una facile autopromozione, sull’onda del mai sopito derby con Varese. Ma con un traguardo che, per essere raggiunto, ha bisogno di un miracolo.

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