di Ivanoe Pellerin
Cari amici vicini e lontani, ovviamente la notizia più importante è la tregua in Medioriente con la probabile riapertura dello stretto di Hormuz. Sia Federico Rampini sul Corriere della Sera, sia Maurizio Molinari su La Repubblica commentano il fatto dicendo delle cose molto simili. Rampini afferma che parlare di pace è certamente prematuro e persino la parola “accordo” appare eccessiva. Gli iraniani hanno una reputazione problematica sia come negoziatori, avendo fatto impazzire tutti i presidenti degli USA che hanno provato a trattare con loro, sia perché sono molto abili a disattendere gli accordi. Molinari parla di un accordo fragile perché rimanda ad un nuovo accordo che deve occuparsi delle due cose più delicate della trattativa, il programma nucleare di Teheran (la vera questione della guerra) e le sanzioni americane nei confronti degli iraniani (il vero interesse dei nuovi governanti dell’Iran). La nota a margine è la valutazione sul cambio del regime, passato dagli ayatollah ai militari. É vero che questo potrebbe significare qualche piccola concessione nella sfera religiosa e sociale ma difficilmente una dittatura militare sarà meno pericolosa in ambito interno e verso i paesi vicini in particolare verso Israele, il cui governo infatti non appare molto entusiasta della situazione.
La riapertura dello stretto di Hormuz è un’altra faccenda. Di certo il problema dello stretto non ci assillerà per sempre. Chi conosce la storia sa bene che le economie di mercato hanno un’innata capacità di adattamento. Hanno flessibilità, reattività, capacità di accomodamento. Ogni crisi energetica (e ne abbiamo collezionate davvero tante dalla crisi di Suez del 1956 in poi) hanno portato risposte diverse e sempre nuove. Dopo ogni shock di questo genere gli approvvigionamenti sono cambiati in maniera sempre diversa, dinamica e inaspettata. Chi ragiona in modo statico e dà per scontato che la capacità di ricatto del regime iraniano a Hormuz possa diventare un elemento fisso e immutabile non ricorda il passato.
Hormuz ha un grande valore oggi come tutti i passaggi obbligati fra le diverse zone di mare come Gibilterra, Malacca, Suez, Panama ed altri. Ma questo valore è destinato a deperire velocemente, a decrescere nel tempo, perché il mondo intero si è già attivato per cercare alternative. Ed anche i governi non stanno con le mani in mano. Se il regime iraniano crede di poter godere di una rendita parassitaria per un tempo indeterminato commette un grave errore di valutazione.
Christopher Smart, ex consigliere per il commercio internazionale e dirigente del Dipartimento del Tesoro sotto la presidenza di Barack Obama, così ha scritto sul New York Times: “Qualunque accordo di pace gli Stati Uniti e l’Iran riescano a mettere insieme, non ci sarà un rapido ritorno ai flussi energetici che attraversavano lo Stretto di Hormuz prima della guerra. Anche quando le mine saranno state rimosse, ci vorrà un comandante di petroliera particolarmente coraggioso per fidarsi del fatto che il passaggio sia tornato sicuro; inoltre, l’aumento dei premi assicurativi potrebbe far crescere di milioni di dollari il costo di ogni traversata. Ma con il passare dei giorni il mondo sta imparando a vivere senza le esportazioni marittime del Golfo. Così come la pandemia di Covid-19 e i dazi di Trump hanno costretto a una profonda riorganizzazione delle catene globali di approvvigionamento, la chiusura dello Stretto ha provocato un adattamento analogo.”
I mercati sono dinamici e reagiscono sempre. È noto che Stati Uniti, Brasile, Canada, Kazakistan e Venezuela ed altri paesi hanno già aumentato la produzione di petrolio. Occorre ricordare che una parte del petrolio continua a uscire dal Golfo: attraverso il limitato numero di navi che tenta la traversata, alcune sotto protezione americana, altre tramite gli oleodotti dell’Arabia Saudita e degli Emirati Arabi Uniti. È altresì noto che altri oleodotti sono già in avanzata fase di costruzione. Queste infrastrutture avranno la capacità di sostituire fino a un quarto dei normali flussi marittimi e in futuro molto di più. In modo piuttosto controverso è risaputo che Trump ha allentato le sanzioni sul petrolio russo per attenuare i danni all’economia, anche se i proventi energetici continuano a finanziare l’invasione dell’Ucraina.
Molti Paesi stanno cercando di riequilibrare il proprio mix energetico. Prima della guerra con l’Iran, circa il 40 per cento delle importazioni petrolifere della Cina proveniva dal Golfo. Il petrolio rappresenta il 20 per cento del fabbisogno energetico cinese e Pechino ha già iniziato a incrementare gli acquisti da Russia, Asia Centrale e Stati Uniti. La Corea del Sud ha inviato emissari per assicurarsi forniture da Malesia, Kazakistan e Canada, annunciando piani per sviluppare strutture congiunte di stoccaggio petrolifero con il Giappone. Dal canto suo il governo giapponese ha fatto ampio ricorso alle proprie riserve strategiche per attutire il colpo, mentre cerca fornitori alternativi in Colombia e Messico e accelera l’espansione della capacità nucleare. Persino l’Italia sta cercando di recuperare il ritardo circa la produzione di energia atomica.
Tra coloro che beneficeranno di questo riassestamento figurano i produttori americani di petrolio e gas naturale, che possono colmare parte del deficit creato dalla chiusura di Hormuz, così come i fornitori di energia nucleare e rinnovabile. Possono beneficiarne anche altri esportatori di greggio, come Brasile e Guyana. Anche la Russia trae e trarrà vantaggio dalla situazione se l’applicazione delle sanzioni continuerà a indebolirsi. Le nazioni del Golfo, invece, si trovano di fronte a perdite prolungate ma non definitive. I turisti fanno fatica a immaginare una vacanza a Dubai senza pensare agli hotel di lusso che sono stati minacciati dagli attacchi iraniani. Ma questa situazione tenderà a risolversi se davvero gli accordi di pace si attueranno.
Cari amici vicini e lontani, credo che molti non conoscessero l’importanza dello stretto prima si questa crisi. Se è difficile immaginare un mondo in cui Hormuz non conterà più molto, è altrettanto difficile immaginare che l’economia mondiale torni a dipendere dalla regione per il 20 per cento del proprio fabbisogno di petrolio e gas.
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