Garlasco, delitti al prezzo del fango mediatico

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La mamma di Sempio "vittima" del fango mediatico e non solo

Il tentativo di suicidio di Daniela Ferrari la madre di Andrea Sempio, ricoverata in rianimazione a Vigevano per un’overdose di farmaci, apre un capitolo nerissimo che va ben oltre la cronaca giudiziaria del delitto di Garlasco. La donna, sessantaseienne, è crollata sotto il peso di una nuova inchiesta che vede il figlio indagato per l’omicidio di Chiara Poggi, una vicenda che a distanza di anni continua a fagocitare esistenze. Ma a spingere la madre del commesso verso il baratro non sono state solo le scadenze dei tribunali o le convocazioni in caserma per quel presunto falso scontrino del parcheggio. Attorno a lei, come denunciano i legali, si è propagato un clima di odio online e sui social che non si è fermato nemmeno davanti a un letto d’ospedale, continuando a bersagliarla di insulti e sentenze sommarie mentre si trova ancora tra la vita e la morte.

Questo dramma impone una riflessione profonda, un’autocritica severa su cosa sia diventato il racconto del dolore nel nostro Paese. La cronaca è un mestiere fondamentale, una professione che mastica il fegato e deve tenere ferma, a volte, la penna. Ci vuole tatto, sempre e comunque, senza dimenticarsi che dall’altra parte del computer, del blocchetto appunti e del microfono, ci siano vite. Persone, emozioni, limiti, paure, ansie, case nelle quali noi entriamo tirando giù la porta a calci. Ai funerali delle vittime, quella telecamera infilata nel dolore altrui mentre una mano tocca la bara per l’ultima volta mentre la caricano in auto, è una volgarità inaudita. Subito dopo una tragedia, il “gelato” spinto sotto la gola di chi ha gli occhi che piangono sangue, per chiedere “come si sente”, tanto bastano quei cinque secondi di ripresa a “fare la giornata”… Un passo indietro. Questo è, anche, la nostra professione. Un passo indietro davanti al rispetto di ciò che è vita per altri e per noi solo notizia, quando non dovrebbe esserlo. Anche perché, poi, queste stesse mani che si infilano furtive “sotto le gonne o nelle camicie” di chi sta patendo, non hanno il coraggio di farlo con altrettanta enfasi quando si tratta di personaggi di “alto” calibro criminale. E sì, l’autocritica ci sta, a prescindere dal caso specifico, da chi sia colpevole, da chi sia incapace di parlare di una vicenda perché si vergogna, ha paura, è bigotto, è arrabbiato o semplicemente a pezzi.

Quando l’informazione perde il senso del limite, il pubblico si sente legittimato a trasformarsi in una giuria di carnefici da tastiera. Il tribunale mediatico non cerca la verità, cerca il sangue, e lo cerca soprattutto tra le pieghe delle famiglie travolte dal sospetto, dove il confine tra complicità e disperazione viene calpestato senza pietà. Il caso di Garlasco ci ricorda che le parole e i silenzi imposti possono uccidere quanto un verdetto. C’è un momento in cui la caccia allo scontrino, al dettaglio, alla smorfia catturata fuori da un comando provinciale deve cedere il passo all’umanità. Se non siamo più capaci di fermare la mano prima che la notizia diventi linciaggio, allora non stiamo più informando, stiamo solo alimentando un mostro che prima o poi chiederà il conto a tutti noi.

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