CUNARDO – Ancora una volta è stato un successo di pubblico per la Sagra della patata di Cunardo. Nel weekend si è svolta l’edizione numero 18 che ha attirato alla Baita del fondista migliaia di persone nelle tre giornate di venerdì, sabato e domenica. Il ricco menu a base di patata fresca e la finalità benefica anche questa volta hanno colto nel segno.
Più di una festa
Un appuntamento in grado di coinvolgere non solo il paese di Cunardo ma un bacino molto più ampio di “aficionados” che puntualmente ogni anno tornano ad accomodarsi sotto i tendoni della Baita del fondista. In quella che è molto più di una festa: è la storia di una comunità che si unisce per fare del bene. A raccontarlo con la sua testimonianza (qui sotto in forma integrale) è Fabio Cavallari.
La testimonianza
Quando la sussidiarietà si sporca le mani
A Cunardo, diciotto edizioni fa, per salvare una scuola scelsero una patata. Non è una battuta e neppure una di quelle storie inventate per dimostrare una tesi. Nel 2006 la scuola dell’infanzia del paese rischiava di chiudere. Servivano risorse e il consiglio di amministrazione chiamò a raccolta associazioni e gruppi locali. Nacque così la Sagra della Patata. Da allora migliaia di persone sono passate dalla Baita del Fondista e centinaia di volontari hanno cucinato, servito ai tavoli, pulito, organizzato. Il ricavato ha contribuito negli anni al bilancio della scuola, alla sistemazione dell’edificio, al miglioramento dell’offerta formativa, ai progetti di inclusione. Questo fine settimana è accaduto ancora.
Potremmo fermarci qui e raccontarla come una bella storia di provincia. Una sagra riuscita, il volontariato, il paese che si ritrova, quella socialità estiva che nei piccoli centri resiste meglio che nelle città. Sarebbe tutto vero. Ma sarebbe anche un modo per non vedere la cosa più interessante che sta accadendo a Cunardo da quasi vent’anni.
C’è una parola che la politica, l’associazionismo, il Terzo settore e persino la Chiesa utilizzano così spesso da aver rischiato di consumarla: sussidiarietà. È una parola elegante. Sta bene nei programmi elettorali, nei convegni, nelle leggi, nei documenti sulla riforma del welfare. Significa, semplificando molto, che ciò che le persone e le comunità possono fare non deve necessariamente essere assorbito dal livello superiore; che tra il singolo individuo e lo Stato esiste una società capace di organizzarsi, assumersi responsabilità, produrre bene comune.
A Cunardo la sussidiarietà ha smesso di essere una parola.
È diventata ore.
Ore trascorse a preparare gli impasti, friggere, servire, sparecchiare. Ore sottratte alle ferie, alla famiglia, al divano, a qualsiasi altra cosa ciascuno avrebbe potuto legittimamente fare del proprio tempo. Moltiplicate quelle ore per decine e poi per centinaia di persone, ripetetele per diciotto edizioni e avrete una definizione della sussidiarietà probabilmente meno raffinata di quella che si ascolta nei convegni, ma assai più comprensibile.
Perché il punto non sono soltanto i soldi raccolti. È chi ha deciso di raccoglierli.
Non tutti coloro che lavorano alla sagra hanno oggi un figlio nella scuola dell’infanzia. Alcuni non lo hanno mai avuto, altri lo hanno avuto molti anni fa. Eppure continuano a lavorare perché quella scuola non viene percepita soltanto come il luogo nel quale alcune famiglie portano i propri bambini. È diventata un bene della comunità.
Qui però bisogna stare attenti. Perché anche le storie belle possono produrre conclusioni sbagliate.
La sussidiarietà non è il modo elegante con cui lo Stato può dire: arrangiatevi. Il fatto che una comunità sia capace di mobilitarsi non autorizza le istituzioni a ritirarsi. Se una scuola, un servizio sociale, l’assistenza a una persona fragile o qualsiasi altro pezzo essenziale della vita collettiva sopravvivessero soltanto grazie alla disponibilità gratuita dei cittadini, non avremmo realizzato la sussidiarietà: avremmo semplicemente trasferito una responsabilità.
Ma è vero anche il contrario. Pensare che una comunità possa essere costruita esclusivamente attraverso servizi erogati dall’alto significa confondere il welfare con la società.
Le istituzioni possono finanziare una scuola, autorizzarla, sostenerla, garantirne gli standard. Non possono decretare per legge che gli abitanti di un paese la sentano propria. Quella appartenenza nasce altrove. Nasce precisamente quando qualcuno decide di occuparsi di qualcosa che non gli appartiene direttamente.
Ed è forse questo che rende la storia di Cunardo interessante ben oltre Cunardo.
Da anni discutiamo della crisi dei piccoli centri, dello spopolamento, dei negozi che chiudono, dei giovani che se ne vanno, dei servizi che si concentrano nelle città più grandi. Spesso misuriamo la vitalità di un territorio contando ciò che possiede: una scuola, un ambulatorio, un ufficio postale, qualche negozio, una società sportiva. Forse dovremmo misurare anche quante persone sono ancora disposte a spendere una parte del proprio tempo perché quelle cose continuino a esistere.
Una scuola dell’infanzia, da questo punto di vista, è quasi un simbolo perfetto. Quando chiude un negozio perdiamo un servizio. Quando chiude una scuola succede qualcosa di più sottile: un paese continua a esistere, ma comincia a dichiarare che una parte della vita dovrà essere vissuta altrove. Una scuola per bambini dice invece una cosa semplicissima e potentissima: qui immaginiamo che ci sia ancora un domani.
Per questo dietro gli gnocchi, le patatine e le frittelle di Cunardo c’è qualcosa che merita di essere guardato con attenzione. Non l’eroismo dei volontari, parola che userei con molta cautela. E neppure la retorica del piccolo paese dove tutti si vogliono bene, perché sappiamo che i paesi sono complicati almeno quanto le città.
C’è qualcosa di più concreto.
Ci sono persone che per diciotto edizioni hanno deciso che un problema degli altri riguardava anche loro.
Forse la sussidiarietà è tutta qui. Non una formula per chiedere ai cittadini di sostituirsi alle istituzioni e neppure una bella parola con cui abbellire un discorso. È il punto nel quale la responsabilità pubblica incontra la responsabilità delle persone, senza che l’una diventi l’alibi per la scomparsa dell’altra.
A Cunardo questo punto d’incontro, per qualche giorno all’anno, ha il rumore delle cucine e dei piatti, l’odore del cibo e la fatica di chi alla fine deve anche pulire tutto.
La sussidiarietà, quando esiste davvero, ha le mani sporche.
Alla Baita del fondista di Cunardo è tutto pronto per la Sagra della patata
sagra patata cunardo comunita – MALPENSA24
