di Alessandro Mammone
MILANO – «Il punto centrale è capire che non basta “tagliare la mala erba” in superficie. Bisogna estirpare il male alla radice». Don Luigi Ciotti, fondatore del Gruppo Abele e di Libera, da decenni unisce cittadini, scuole e associazioni per trasformare il dolore in impegno civile e promuovere la giustizia sociale, ricordandoci che il contrasto alla criminalità organizzata riguarda la responsabilità di ciascuno di noi. «Oggi il vero rischio è la “normalizzazione” del crimine – sostiene il sacerdote antimafia -droga, ecomafie e azzardo vengono percepiti come problemi ordinari tra i tanti, ma non è così».
L’intervista
Dalle origini di una vita spesa al fianco degli ultimi fino al ruolo dei presìdi giovanili e alla denuncia delle mafie che si nascondono nell’ombra, Don Luigi Ciotti ripercorre le tappe fondamentali del suo percorso, tracciando una rotta lucida contro l’indifferenza.
Chi è Don Luigi Ciotti e cosa l’ha spinta a scegliere questa strada?
«Sono Luigi Ciotti, nato a Pieve di Cadore nel 1945 e ho 80 anni. A spingermi verso questa strada è stata la vita stessa, la storia e l’incontro diretto con le povertà, la fragilità e la sofferenza di tante persone. Ho iniziato a 17 anni, prima ancora di diventare sacerdote. A vent’anni è nato il Gruppo Abele, dove vivo da 60 anni; da lì è nato il coordinamento nazionale dei comitati di accoglienza e poi Libera, che ha trent’anni. Un percorso lungo, ma portarlo avanti da solo sarebbe stato impossibile: non sono mai stato un navigatore solitario, è un cammino che si fa e si custodisce sempre insieme agli altri».
C’è stato un momento di svolta preciso, una molla che le ha fatto dire che era il momento di prendere in mano la situazione?
«L’evento che ha cambiato per sempre la mia vita è stato l’incontro a Torino con un uomo che viveva su una panchina, uno di quelli che allora chiamavano semplicemente “barboni”. In quegli anni non si parlava ancora di droga, ma quel signore leggeva libri e li sottolineava con la matita rosso-blu: era un medico, finito in strada a causa di una tragedia personale immane. Fu lui a farmi notare un mondo sommerso di ragazzi che cercavano di sballarsi mescolando farmaci e superalcolici nei bar, e un giorno mi disse: “Devi fare qualcosa per questi ragazzi”. Io avevo solo 17 anni. Poco tempo dopo tornai lì e la panchina era vuota, lui non c’era più. Ma ho sentito che quel suo invito mi chiedeva di assumermi una responsabilità concreta. Da quel momento è iniziata tutta la mia storia».
Guardando alla situazione attuale, cosa manca davvero oggi nella lotta alla criminalità e che ruolo hanno i giovani?
«I giovani e i presìdi scolastici sono fondamentali: portano passione, intuizioni e quella consapevolezza che è l’arma più potente contro la violenza e la corruzione. Ma il punto centrale è capire che non basta “tagliare la mala erba” in superficie. Il lavoro straordinario di magistrati e forze dell’ordine è indispensabile, ma da solo non basta, e sono i primi a dirlo. Bisogna estirpare il male alla radice con una grande sfida culturale, educativa e sociale. Oggi il vero rischio è la “normalizzazione” del crimine: droga, ecomafie e azzardo vengono percepiti come problemi ordinari tra i tanti, ma non è così».
In conclusione, quanto silenzio siamo disposti a tollerare prima di diventare complici?
«Nessuno. Non dobbiamo tollerare alcun silenzio, né usare mezze parole o cedere al “legalismo”, cioè all’uso rigido e burocratico delle norme che svuota la giustizia del suo senso umano. Dobbiamo combattere una malattia terribile come la neutralità e stare attenti ai “mormoranti”, coloro che ascoltano e giudicano ma poi non muovono un dito. È il momento di unire le forze e assumerci la nostra parte di responsabilità. Non basta più semplicemente indignarci: dobbiamo impegnarci di più».
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