Una volta era il Piave che mormorava “non passa lo straniero!”. Oggi è la Lega che mutua uno dei versi più noti del patriottico inno come slogan del raduno di Pontida. E, con lo straniero, non passeranno nemmeno i contestatori della linea politica di Salvini. Almeno, così spera il Capitano Matteo quando, dal palco del sacro pratone, annuncia la convocazione del congresso straordinario leghista nel prossimo mese di ottobre.
Una mossa a sorpresa, la più classica delle cosiddette “mosse del cavallo” in una partita che lo vede contrapposto ai governatori di regione. Questi ultimi fautori di un cambio di passo che recuperi un’azione politica rivolta soprattutto al Nord, territorio originario delle attenzioni leghiste, oggi trascurato in funzione di uno sguardo più ampio, sull’intera nazione. L’ha imposta Salvini in contrasto con i desiderata di chi vorrebbe maggior riguardo per i territori, in ottica federalista e, ancor più, autonomista e nordista.
Braccio di ferro tenuto sotto traccia nella tradizionale kermesse annuale del Carroccio, o di ciò che ne rimane. Destinato a sfociare nel faccia a faccia congressuale: se c’è chi ha qualcosa da rimproverarmi, bene, si faccia avanti in quella sede, manda a dire il segretario. Una sfida, senza ombra di dubbio. Che Salvini annuncia al termine del suo intervento, in verità impostato sul déja vu, sul già visto e sentito: via gli immigrati clandestini e che delinquono, la sicurezza, stop alla legge Fornero, la flat tax e altri temi che sorreggono da tempo l’impianto programmatico della Lega.
Fino al congresso, fino al momento decisivo per la gestione del partito anche in vista degli impegni elettorali, prima le amministrative poi le politiche. Appuntamenti ai quali Matteo Salvini intende arrivare senza zavorre interne, oltre a quelle che già lo turbano dall’esterno, prime fra tutte le spinte vannacciane. Doppio appuntamento dal quale egli si attende la piena legittimazione per andare avanti sulla strada che ha tracciato. Per questo cerca il confronto/scontro congressuale con coloro che non sono d’accordo con lui, oppositori che sembra ignorare con il loro disagio per la questione settentrionale, appena sfiorata a Pontida: nel suo discorso, Salvini tira via come se fosse un argomento marginale, quasi inesistente. Censori che poi richiama alle loro responsabilità politiche nell’assise congressuale, mettendoli di fatto spalle al muro. E ‘ lì che i governatori, Zaia, Fontana, Fedriga e il capogruppo al Senato Romeo, saranno obbligati a presentarsi con tesi precise, attorno alle quali discutere e, infine, votare: Salvini sì-Salvini no. A quel punto, le chiacchiere staranno a zero.
E’ lì, al congresso, che si potrà verificare se le critiche di queste ultime settimane hanno sostanza e, soprattutto, se hanno seguito. O se invece verranno sepolte sotto l’incalzare di un segretario federale che, nonostante i sondaggi lo avvertino del pesante calo alle urne, non ha alcuna intenzione di tornare al passato, quando la Lega era confinata sopra al Po e pensava che l’Italia vera fosse tutta lì, nell’immaginifica Padania. E anche per questo, oltre al carisma del suo fondatore, erano in tanti a inseguire il sogno, o, a seconda delle prospettive di giudizio, soltanto l’illusione.
Salvini a Pontida sfida i ribelli: «A ottobre congresso federale straordinario»
