VISTO&RIVISTO Digger: la dolce narrazione di una catastrofe ci seppellirà

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di Andrea Minchella

VISTO

DIGGER, di Alejandro Gonzalez Inarritu (Stati Uniti- Regno Unito- Messico 2026, 128 min.).

Che dire. Una bomba. Uno tsunami. Un fulmine che squarcia violentemente il torpore drammaturgico di gran parte del cinema contemporaneo. Inarritu non ha paura di non piacere. Non teme critiche o risultati al box office deludenti. Il regista messicano, come i grandi artisti, ha l’urgenza della creazione e la asseconda mettendo in scena una tragedia cinica e surreale senza preoccuparsi del nostro giudizio. “Digger” è barocco, ridondante, gravido, disturbante e a tratti sgradevole. Ma un film deve essere anche questo. L’arte come veicolo di messaggi più profondi deve sporcarsi con il sangue delle viscere di una terra malata di cui a nessuno sembra importare veramente.

“Digger” è un’esperienza artistica che deve essere vissuta completamente da tutti i sensi che il buon Dio ci ha dato, al di là del giudizio che non riuscirà mai a descrivere pienamente un’opera tanto complessa quanto controversa. Può piacere o no, certamente, ma il parametro di giudizio non deve essere quello che ci fa valutare la gran parte dei film che circolano in sala. Rischieremmo di essere eccessivamente piccoli rispetto ad una fatica creativa di questa portata.

Al di là degli incassi, su cui tanti stanno puntando il dito per sottolinearne il gigantesco insuccesso, “Digger” sta facendo discutere tanto e già questo denota la natura intricata e divisiva della pellicola. Inarritu vuole raccontarci il presente, inquietante e anestetizzante, con una trasposizione assurda e ripugnante in cui possiamo riconoscere atteggiamenti e caratteri di molti protagonisti del nostro tempo. La vicenda di “Digger” non è altro che una rappresentazione sgradevole e stereotipata del mondo moderno governato da idioti che non sembrano interessati al futuro e al destino del pianeta e dei suoi abitanti. Ciò che a noi sembra ovvio e scontato, per il protagonista Digger diventa una narrazione fantasiosa e accattivante che deve essere elaborata per il mondo che vuole essere tranquillizzato e alleggerito. Una catastrofe imminente può, e deve, diventare un racconto suggestivo in cui la possibilità di salvarsi diventa l’antidoto ancestrale per l’intera popolazione mondiale. Il racconto ben sviluppato di una tragedia può diventare una distrazione di massa importante e necessaria per chi non vuole fare i conti con la cruda realtà.

Inarritu, dunque, costruisce una vicenda inquietante e apocalittica grazie al “metaspettacolo” perché ciò che vediamo non è altro che una rappresentazione teatrale di un testo che nasce dalla realtà ma che viene filtrato da un palco gigantesco e da una recitazione corale. La realtà diventa finzione. La finzione diventa realtà in un corto circuito drammaturgico asfissiante ma perfettamente costruito da un regista in grado di maneggiare con maestria diversi linguaggi fondendoli in un unico flusso narrativo inquietante e sofisticato.

Un capitolo a parte va dedicato al protagonista. Digger Rockwell, appunto, è un petroliere miliardario e potente che incarna lo sgradevole e ingombrante potere americano contemporaneo. impossibile non accostare lo sgraziato Digger al Presidente degli Stati Uniti che pare giocare come un bambino con il mondo e con le sue sorti. Il petroliere è ripugnante e totalmente impermeabile agli effetti disastrosi che il suo operato può avere sul pianeta. Digger è interpretato indirettamente da un nauseabondo Tom Cruise che si mette interamente a disposizione di Inarritu. Cruise interpreta in realtà Curtis Markson che è l’attore in crisi esistenziale che interpreta Digger nella rappresentazione teatrale al centro del film di Inarritu. La maschera nasconde un’altra maschera come Pirandello ci raccontava nel secolo scorso. La menzogna viene legittimata e diventa verità in una confusione apocalittica in cui ogni punto di riferimento scompare a favore di una narrazione tranquillizzante e amniotica dentro la quale possiamo immergerci per dimenticare o addolcire la durezza insopportabile della vita quotidiana.

Dunque “Digger” deve essere visto per non dimenticarci che il mondo in cui viviamo non è solo quello che ci viene propinato dalla pubblicità, dalla politica o dalla televisione più becera. Catastrofico e dirompente.

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RIVISTO

BIRDMAN, di Alejandro Gonzalez Inarritu (Birdman or The Unexpected Virtue of Ignorance, Stati Uniti 2014, 119 min.).

Un anno prima del gigantesco “Revenant” il regista di “Amores Perros” ci regala una surreale e dissacrante pellicola sull’arte, sulla finzione e sui rimpianti che ogni individuo si porta sulle spalle per tutta la vita. Un algido e cinico Michael Keaton si presta intelligentemente a ridere di sé e dei “demoni” di Hollywood e di tutte le industrie di arte e artifizi. Onirico, sprezzante e potentemente iconografico.

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